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venerdì 10 luglio 2009

IRAN: La resistenza si fa sul web

Programmi per criptare i messaggi. Software che garantiscono l'anonimato. Nati per usi militari, ora servono ai dissidenti per raccontare le rivolte. Come accade a Teheran

L'Iran di questi giorni è l'esempio più eclatante della crociata che i regimi lanciano contro la Rete per oscurarla e per impedire la circolazione delle notizie che possono loro nuocere. Ma la Rete ha gli anticorpi necessari per non farsi imbavagliare e svolgere la sua funzione di territorio libero, transnazionale, anche anarchico se si vuole. Programmi che garantiscono l'anonimato ai navigatori in modo da non essere intercettati dai custodi della censura, servizi e-mail che permettono di crittografare i messaggi, software per proteggere i propri dati sensibili. E così le verità scomode passano il confine nazionale, entrano nel ciberspazio a uso e consumo della platea mondiale. Come succede con Teheran.

Il regime degli ayatollah aveva addirittura minacciato una censura preventiva, ad esempio a Facebook, in previsione delle cruciali elezioni presidenziali del 12 giugno scorso. Non ce l'ha fatta. Dopo quella data, e in seguito alla denuncia dei brogli ai danni del candidato dell'opposizione Mir Hossein Moussavi, per il governo è stato relativamente semplice imbavagliare i media tradizionali con l'allontanamento dal Paese di corrispondenti di giornali e tv. Ma gli è stato impossibile azzerare il flusso di informazioni dei principali siti sociali dove fioriscono quotidianamente i racconti dei dissidenti. Anche le immagini, come quella che è diventata il simbolo della rivolta, l'uccisione di Neda Agha Soltan, la ventenne ammazzata da una pallottola della polizia antisommossa.

Twitter, YouTube, Facebook sono diventati i canali attraverso i quali, in assenza di voci esterne e indipendenti, i rivoltosi stanno parlando al mondo. E ben presto per i navigatori sono diventati familiari i nomi di alcuni utenti di Twitter che sfidano la censura: Moussavi1388, Persiankiwi e StopAhmadi
. Così come in migliaia da ogni parte del globo hanno chiesto 'amicizia' a Moussavi sulla sua pagina Facebook, in segno di solidarietà ma anche per leggere ogni giorno le sue considerazioni. Sullo stesso social network sono comparsi personaggi anti-Moussavi allo scopo di denigrarlo.

Il regime, a sua volta, si serve di filtri e software per bloccare le proteste on line e andare a caccia dei rivoltosi nella perenne battaglia, combattuta a colpi di tecnologia, tra chi vuole informare e chi lo vuole impedire. Colta di sorpresa, la polizia degli ayatollah con l'andare dei giorni ha però raffinato le sue tecniche, usando anche tecnologia comprata in Occidente (Europa, soprattutto). Ed è riuscita a rallentare il flusso di informazioni colpendo, in particolare, chi non si è cautelato con programmi che permettono l'anonimato. 'Persinakiwi' ha cominciato a tacere dopo un allarmante messaggio: "Devo scappare, hanno trovato uno dei miei". Quasi azzerati i filmati su YouTube. Rallentato su Twitter il canale 'NedaNet' dal nome della ragazza uccisa in piazza. Altri resistono e non sono stati individuati.

Se l'Iran è cronaca fresca, non è naturalmente il solo Paese dove è stata dichiarata guerra alla Rete e alle notizie. Secondo uno studio di OpenNet (progetto di ricerca a cui collaborano diverse università, da Harvard a Toronto, da Oxford a Cambridge) sono 36 gli Stati che filtrano sul Web discussioni di natura politica e religiosa. Ma anche pornografia e gioco d'azzardo. Tanto da far dire a Ronald Deibert, cofondatore di OpenNet e docente di scienze politiche a Toronto: "C'è un aumento delle norme sul filtraggio dei contenuti in Internet. È una pratica che cresce in portata, scala e sofisticazione in tutto il mondo".

In Birmania, Siria e Zimbabwe, anche se non si spara nelle strade, l'occhio del regime è vigile come in Iran: molti siti sono bloccati ed esprimersi liberamente non è permesso. Emblematico il caso di Tariq Biasi, un blogger siriano recentemente condannato a tre anni di carcere per "diminuzione dello spirito di patria". La sua colpa? Aver pubblicato un post in cui criticava i servizi di sicurezza del Paese, che nel corso degli ultimi anni hanno bloccato (definitivamente o a intermittenza) diversi 'pezzi' della Rete fra cui Skype, YouTube o Facebook. In Cina il governo è uno dei più sofisticati censori di Internet. Usa una varietà di tecniche, compreso il blocco degli indirizzi, dei nomi dei domini, e anche delle pagine Web contenenti parole ritenute "pericolose". Una di queste è 'Piazza Tiananmen' (è appena trascorso il ventennale di quel massacro): gli archivi on line di grandi giornali come il 'Financial Times' o di emittenti come la Bbc vengono oscurati quando si cercano notizie che riguardano la famosa protesta degli studenti. Non solo, a essere bloccati sono anche spazi come Twitter, Hotmail, Windows Live, Flickr, YouTube.

Come reagire? Uno dei principali mezzi di difesa della Rete si chiama Tor (www.torproject.org). È un sistema open source che permette ai navigatori di essere anonimi. Sul sito ufficiale è spiegato il suo funzionamento: "Tor devia le comunicazioni attraverso una rete distribuita di computer, gestiti da volontari in tutto il mondo: impedisce a qualcuno che osservi la connessione Internet di sapere quali siti stai visitando, e impedisce ai siti che visiti di venire a sapere dove sei realmente". In questo modo si perdono le tracce e l'identità di chi sta navigando che così può raggiungere qualsiasi indirizzo Internet, anche quelli censurati nel suo paese. Lo stanno usando, con esiti soddisfacenti, gli iraniani. Alcuni Stati, come la Cina, però, oscurano la pagina da cui è possibile scaricare Tor. Nessun problema: esistono decine di altri siti che permettono il download del programma.

Come molte applicazioni della Rete, anche Tor è nato negli Usa per scopi militari. Verso la metà degli anni Novanta in un laboratorio della Marina americana è stato realizzato un prototipo di software molto simile a Tor. L'obiettivo era quello di offrire uno strumento utile ai militari e all'intelligence Usa. Il software non è uscito dal laboratorio finché nel 2000 il suo sviluppatore, Paul Syverson, ha incontrato il giovane crittografo Roger Dingledine che si è innamorato del progetto e ha deciso di farne una 'versione civile' per proteggere la privacy degli utenti Internet. All'inizio, nel 2003, il software era disponibile solo per i sistemi operativi open source; successivamente sono state rilasciate versioni anche per Windows e Mac. La creatura di Dingledine, 32 anni, è al momento la più usata nel mondo. In molti Internet café cinesi alcuni computer sono muniti del software.

Un difetto di Tor? Coincide con la sua principale caratteristica: il codice aperto. Che può permettere, in teoria, a un organo di polizia informatica di recuperare gli indirizzi dei computer d'appoggio. Finora nessuno Stato ha preso in considerazione una misura del genere. Anche se nel 2008 alcuni paesi (lo stesso Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi) sono riusciti per alcuni mesi a mettere fuori uso Tor. La contromossa? Un software che permette il blocco degli indirizzi dei computer del suo network. Basterà richiederlo con una e-mail che ovviamente non sarà tracciabile. In questo miglioramento della tecnologia per sfuggire alla censura risiedono le speranze di avere, anche in futuro, notizie di rivolte come quella iraniana senza che i protagonisti cadano vittime del sistema che li reprime.

di Federico Ferrazza e Caterina Visco da L'Espresso

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