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mercoledì 30 settembre 2009

NARDO' - I PALADINI DEL BUON ESEMPIO

Che gran parte dei politici siano dei politicanti in cerca di fortuna questo è ormai assodato, ma che si vantino di essere paladini della correttezza e della morale questo non può passare.
Ritorniamo a ieri el "mitico" consiglio comunale tenutosi a Nardò.
L'orario ufficiale dell'inizio della seduta sarebbe dovuto essere intorno (l'aggettivo è aggiunto da me) alle 11:30 ma come buona educazione e abnegazione professionale e lavorativa vuole, il "pienone" si è avuto intorno alle 12:15-12:30; possiamo dire che non avevano fretta.La comodità l'ha fatta da padrona. Iniziato in consiglio la maleducazione regnava sovrana. Gente che rideva, si alzava per sedersi tra i cittadini accorsi per capirne di più su sto benedetto bilancio, usciva fuori poi rientrava, abbandonava la propria sedia per sedersi temporaneamete al posto di un altro, presidente e vice-presidente del consiglio che abbandonano la sedia per chiaccherare un pò ecc ecc..........; sembrava di essere in una classe di prima di media nella quale i bambini devono essere ancora educati al silenzio e al rispetto del lavoro che in quel momento si stava o si sarebbe dovuto svolgere.
Finisce il consiglio, senza nessuna decisione presa -un buco nell'acqua-, e la mia tesi perende sempre più forma.
Parcheggiate all'uscita del portone comunale, come se fosse un'auto-salone, c'erano alcuna macchine di signori "prestigiosi" con incarichi comunali importanti.
Fin qui nulla di strano, tranne nel momento in cui su tre macchine scorgiamo un fogliettino rosa tenuto fermo dal tergicristallo.
Incredible ma vero erano multe.
Udite udite i vigili fanno anche le multe.
Questa volta però gli "sfortunati" sono stai il vicepresidente del consiglio, il vice sindaco e non crederete alle vostre orecchie il sindaco (forse non credevano che fosse la sua macchina, una modestissima panda).
Dovrebbero dare l'esempio e invece ridono, scherzano e fanno quello che voglion come se avessero una sorta di autorizzazione concessa "dall'alto" o come se il loro compito e le loro funzioni non influiscano minimamente nella società.
Ho due richieste da fare, una ai vigili urbani ed è quella di continuare a fare multe perchè Nardò sta diventando impercorribile, troppe macchine e troppo pochi vigili disposti a multare; la seconda la rivolgo ai responsabili delle sorti del nostro paese, siamo veramente stanchi dei vostri comportamenti (sia voi di destra che voi di sinistra; tanto non è esiste nell'una e nell'altra) iniziate a dare il buon esempio, a far rispettare le leggi e rispettatele, pensate più anzi esclusivamente agli interessi della cosa pubblica e allora si che sareste dei modelli da imitare e rispettare.
La strada è lunga siamo solo all'inizio......................e voi spero alla fine.

ALESSIO LEGA - STRANIERO



Questa canzone non è soltanto la canzone dello straniamento, nel senso più vasto del termine. Non è soltanto la canzone di una dura guerra che mi ha fatto tante e tante volte pensare di inserirla a nome proprio di Alessio Lega, e non tra gli "Extra". Non è soltanto la canzone che riporta alla mente uno Straniero, uno che Alessio deve conoscere bene, che si augurava che, il giorno della sua esecuzione, tanta gente lo accogliesse con grida di odio. È anche la canzone di tutti gli stranieri che siamo, dovunque ci troviamo a vivere. È la canzone di chi, nell'essere straniero, forse individua anche un modo e un motivo di sopravvivenza; ché, se parlare la lingua della società è uniformarsi e omologarsi all'idiocrazia attuale, meglio è sentirsi stranieri. Ma non voglio andare oltre, perché questa canzone sa parlare da sola. È, a mio avviso, non soltanto il capolavoro assoluto di Alessio Lega, ma anche una delle dieci o quindici canzoni più importanti di tutti i tempi in lingua italiana. Probabilmente quella meno nota; ma il tempo saprà fare giustizia. [RV]

ALESSIO LEGA - STRANIERO

…E da una riva a un’altra riva percorsi questo mare
Quando arrivai all’attracco e scesi a questo nuovo porto
E trascinavo la mia vita, chissà per arrivare
Chissà per ritornare o non sentirmi ancora morto…

Sono venuto a sta città
Come straniero che non sa
Come un insulto al cielo nero
In questa pioggia ostile
Lo stile fosco dell’età
E la pietà per questa gente
In tutto questo niente, il vento
Che batte il mio pensiero
E me ne andrò, io mi dicevo
Di notte, come uno straniero
Andrò davvero io non devo
Niente a nessuno andrò leggero via.

Da marciapiede a marciapiede poi si disperde il sogno
Bisogna pur cedere al fondo un’ancora d’appiglio
Però io veglio inquieto ancora e traccio a questo stagno
Punto di fuga che non sia famiglia, moglie o figlio mio

E così vivo in sta città
Come straniero che non parla
La lingua della società
- Il tarlo nella perla –
Sono straniero alla mia via
Mi sento ignoto anche agli specchi
Ai vecchi amici, a casa mia
A ciò che guardi o tocchi
Ho fiori secchi sul balcone
E la pensione per traguardo
Alzo lo sguardo a ogni stazione
Già certo del ritardo mio

Da vita a morte è solo storia di grottesca assenza
Di sete d’aria fresca e nuova e fame di vacanza
Così ogni tanto cerco attorno chi dallo sguardo fa sfuggire
Sul piombo grigio d’ogni giorno la voglia di partire

Siamo stranieri a sta città
Siamo stranieri a questa terra
A quest’infame e dura guerra
Alla viltà e al letargo
Prendiamo il largo verso altrove
Dove non seppellisci i sogni
Dove non inghiottisci odio
E arrivi a odiare i tuoi bisogni…
O morte vecchio capitano
Salpiamo l’ancora, su andiamo
Inferno o cielo cosa importa
Da questa vita morta
Come straniero partirò
Senza più niente da sperare
Fra quattro assi e dieci chiodi
Vedi c’è odor di mare… e ciao

Nardò: Immigrati afghani sbarcati a Porto Selvaggio

Un gruppo di cittadini afghani, è sbarcato la scorsa notte a Porto Selvaggio (Le), una delle marine di Nardò. In undici sono stati trovati dagli agenti di polizia che hanno provveduto a sfamarli e dissetarli, mentre altri si sarebbero diretti a Lecce per prendere un treno per Roma.
Questo, almeno, sarebbe stato riferito ai poliziotti da alcuni cittadini, che avrebbero incrociato per strada altri stranieri. E' la prima volta che uno sbarco di clandestini avviene sulla costa jonica del Salento. Gli 11 fermati sono stati accompagnati in Questura a Lecce per l'identificazione.
Se un tale numero di afgani è rimasto in zona è molto probabile che lo sbarco a Portoselvaggio sia stato considerevole ed infatti testimoni raccontano di aver visto nella notte circa una trentina di giovani sulla Nardò-Pagani diretti verso il centro della città.

La Regione soccorre il comparto tessile «Contro la crisi dieci milioni di euro»

«Le risorse ci sono ma occorre che vengano presentati progetti di riconversione o di rilancio delle attività produttive. In altre parole, piani industriali autentici». L’iniziativa di ieri in Regione, l’appello lanciato agli imprenditori del Tac, aveva lo scopo di produrre un «forte scossone» anche alla luce degli avvenimenti di Tricase dove da giorni gli operai dell’Adelchi stanno inscenando forme di protesta dai contorni anche drammatici a difesa del diritto al lavoro.

Gli assessori regionali alle Attività produttive, Loredana Capone, e al Lavoro, Michele Losappio, hanno ribadito la validità dei termini dell’Accordo di programma sottoscritto il 1 aprile 2008 con il governo Prodi (che libera un totale di 40 milioni di euro di risorse, 20 a carico del Governo e altrettanti della Regione) e addirittura rilanciato: «La Regione è pronta a finanziare un ulteriore contributo pari a 10 milioni di euro — ha affermato il vice presidente della Giunta Capone — ma solo a patto che vi sia una certezza di impiego per i lavoratori attraverso anche processi di riconversione delle attività. Se qualcuno pensa di ritrovarsi ancora di fronte ad una specie di cassa continua, non ci sarà nemmeno un euro». Al momento sono sette le aziende del Tac (il comparto del tessile, dell’abbigliamento e del calzaturiero compreso tra Casarano e Tricase) che hanno presentato dei progetti e che sono in attesa di finanziamento. Ma la preoccupazione più grande è rappresentata dalle sorti dell’Adelchi di Tricase, l’azienda che è piegata da una enorme esposizione con le banche e che fino a questo punto è priva di un piano di rilancio aziendale.

Da qui le proteste degli addetti ancora impiegati e le rimostranze di quanti usufruiscono già di ammortizzatori sociali «che la Regione — ha ricordato ieri Losappio — ha già provveduto a finanziare verso diverse realtà produttive». «L’invito che torniamo a formulare agli imprenditori è quello di non rimanere inerti rispetto a queste opportunità di finanziamento» ha ripetuto ieri la vice di Nichi Vendola, che ha anche reso noto che il governatore ha inviato una lettera al ministro Claudio Scajola per chiedere la convocazione del Collegio di Vigilanza sull’applicazione dell’Accordo di programma al cui tavolo seggono i ministeri interessati, la Regione e la Provincia di Lecce. «I nostri 20 milioni ci sono e sono disponibili, siamo disposti a stanziarne altri 10. Quelli del governo sono sempre al loro posto?» si è anche chiesta Capone. L’assessore alle Attività produttive ieri ha avuto anche un incontro con il presidente regionale dell’Abi, Raffaele Avantaggiato, e con i sindacati confederali. Al centro della riunione le difficoltà di accesso al credito delle imprese, sulle quali Loredana Capone si era già soffermata lo scorso luglio. Quella «strigliata» al sistema creditizio pugliese ha prodotto i suoi effetti se è vero che da 150 domande di finanziamento accettate dalla banche di Puglia si è passati in due mesi a 254, per un totale di 58 milioni di euro di crediti finiti nelle mani di aziende. In adesione ad una convenzione già esistente a livello nazionale, l’Abi ha inoltre reso noto di essere disposta a versare anticipatamente le indennità ai lavoratori pugliesi che fruiscono di ammortizzatori sociali. Losappio ha reso noto che un tavolo approfondirà la possibilità di applicazione di questo accordo anche in Puglia.

Piero Rossano - Corrieredelmezzogiorno.it

Honduras, Brasile: 'Rifiutato aereo a Zelaya per far rientro in patria'


Il minsitro degli Esteri Amorin ha fatto sapere che fu lo stesso Zelaya a chiedere in prestito il velivolo

Novità sul caso del deposto presidente dell'Honduras, Manule Zelaya, attualmente rifugiato all'interno dell'ambasciata brasiliana della capitale, Tegucigalpa. Il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorin ha fatto sapere di aver rifiutato di prestare a Zelaya un areo di proprietà brasiliana per aiutarlo a rientrare nel Paese. Sarebbe stato lo stesso Zelaya a chiedere in prestito il velivolo.Frasi quelle di Amorin che sembrano prendere un po' le distanze dalla vicenda. In merito alla richiesta di asili ottenuta dal legittimo presidente dell'Honduras, Amorin ha specificato che Zelaya "non è una persona qualunque ma il presidente legittimamente eletto di uno stato la cui richiesta è stata accettata".
Amorin poi ha confermato che al momento la cosa più importante è trovare "una soluzione al problema". Confermata la volontà brasiliana di chiedere a Zelaya di ridurre il numero dei collaboratori di Zelaya che hanno richiesto asilo nell'ambasciata brasiliana.

da PeaceReporter

Se Borsellino in musica e' ''strage di Stato''

Il titolo è forte. Tradotto, suona così: «19 di luglio o come instaurare una seconda Repubblica fondata sul sangue di una strage di Stato».

L’originale è in inglese, a sua volta tratto da Lampi nel buio, un brano di Salvatore Borsellino dedicato all’assassinio di suo fratello Paolo, appunto il 19 luglio del 1992, e a tutti i relativi misteri. Un giovane compositore, Giovanni Mancuso*, l’ha musicato («Perché in inglese? Perché vorrei che queste cose si sapessero anche all’estero e poi perché l’inglese è più adatto alla mia musica») e ieri l’ha eseguito in prima assoluta alla Biennale Musica di Venezia.
Però non è stato distribuito il testo, né in inglese né in italiano, mentre sul programma il titolo diventava un anodino July 19th. Finita l’esecuzione, Borsellino è salito commosso sul palco per ringraziare, ma ha anche aggiunto che «sarebbe stato bene se fossero stati dati al pubblico tutti i mezzi per capire». Mancuso, lei si sente censurato?
«L’atmosfera era tesa, ma diciamo che alla fine sono stato contento di aver potuto suonare la mia musica». Sarà. Certo che di questi giorni, con indagini, ferite e polemiche riaperte, parlare di «strage di Stato» è esplosivo. E la musica, si sa, è il detonatore più potente che esista.

Tratto da: la Stampa


* Giovanni Mancuso (1970), è l'autore di un pezzo di “teatro civile” ispirato al testo di Salvatore Borselllino, Lampi nel buio, che pone inquietanti interrogativi rievocando gli ultimi attimi di vita del fratello, il magistrato Paolo Borsellino ucciso nella strage di Via D’Amelio il 19 luglio 1992 insieme ai cinque membri della sua scorta. “La musica che si incarna ed esplode tra le pieghe del testo di Salvatore Borsellino (nella appassionata traduzione inglese di Christina Pacella) – scrive Giovanni Mancuso - vuole essere un mezzo per diffondere il peso insostenibile che questa data porta con sé: una serie di ‘lampi’, proprio come compaiono nel testo, saranno le tappe di un furioso cammino sostenuto dal filo teso e allucinato della voce solista inseguita dalle immagini, dagli incubi e dai volti di quel 19 luglio di diciassette anni fa”.

Tratto da: labiennale.org
da AntimafiaDuemila

Ho una trentina di cause. E non riesco ad avere una polizza per le spese legali


di Milena Gabanelli - 29 settembre 2009
Lettera al Corriere della Sera - la Rai ha l'intenzione di togliere la tutela legale a Report.

Luigi Ferrarella, sulle pagine di questo giornale, ha sollevato un problema che condivido e mi tocca da vicino: la pressione politica (che in Italia è particolarmente anomala) sul condizionamento della libertà d’informazione forse non è l’aspetto più importante, anche se ciclicamente emerge quando coinvolge personaggi noti. Per questo facciamo grandi battaglie di principio e ignoriamo gli aspetti «pratici». Premesso che chiunque si senta diffamato ha il diritto di querelare, che chi non fa bene il proprio mestiere deve pagare, parliamo ora di chi lavora con coscienza. Alla sottoscritta era stata manifestata l'intenzione di togliere la tutela legale.
La direzione della terza rete ha fatto una battaglia affinché questa intenzione rientrasse, motivata dal dovere del servizio pubblico di esercitare il giornalismo d’inchiesta assumendosene rischi e responsabilità. Nell’incertezza sul come sarebbe andata a finire ho cercato un’assicurazione che coprisse le spese legali e l’eventuale danno in caso di soccombenza dovuta a fatti non dolosi. Intanto sul mercato italiano, di fatto, nessun operatore stipula polizze del genere, mentre su quello internazionale questa prassi è più diffusa. Bene, dopo aver compilato un questionario con l’elenco del numero di cause, l’ammontare dei danni richiesti e l’esito delle sentenze, una compagnia americana e una inglese, tenendo conto del comportamento giudicato fino a questo momento virtuoso, si sono dichiarate disponibili ad assicurare l’eventuale danno, ma non le spese legali. Sembra assurdo, ma il danno è un rischio che si può correre, mentre le spese legali in Italia sono una certezza: le cause possono durare fino a 10 anni e chiunque, impunemente, ti può trascinare in tribunale a prescindere dalla reale esistenza del fatto diffamatorio.

A chi ha il portafogli gonfio conviene chiedere risarcimenti miliardari in sede civile, perché tutto quello che rischia è il pagamento delle spese dell’avvocato. L’editore invece deve accantonare nel fondo rischi una percentuale dei danni richiesti per tutta la durata del procedimento e anticipare le spese ad una montagna di avvocati. Solo un editore molto solido può permettersi di resistere. Quattro anni fa mi sono stati chiesti 130 milioni di euro di risarcimento per un fatto inesistente, e la sentenza è ancora di là da venire. Se alle mie spalle invece della Rai ci fosse stata un’emittente più piccola avrebbe dovuto dichiarare lo stato di crisi. Visto che ad oggi le cause pendenti sulla mia testa sono una trentina, è facile capire che alla fine una pressione del genere può essere ben più potente di quella dei politici, e diventare fisicamente insostenibile. Questo avviene perché non esiste uno strumento di tutela. L’art. 96 del codice di procedura civile punisce l’autore delle lite temeraria, ma in che modo? Con una sanzione blanda, quasi mai applicata, che si fonda su una valutazione tecnica «paghi questa multa perché hai disturbato il giudice per un fatto inesistente». Nel diritto anglosassone invece la valutazione è «sociale», e il giudice ha il potere di condannare al pagamento di danni puntivi «chiedi 10 milioni di risarcimento per niente? Rischi di doverne pagare 20». La sanzione è parametrata sul valore della libertà di stampa, che viene limitata da un comportamento intimidatorio. La condanna pertanto deve essere esemplare. Ecco, copiamo tante cose dall’America, potremmo importare questa norma. Sarebbe il primo passo verso una libertà tutelata prima di tutto dal diritto. Al tiranno di turno puoi rispondere con uno strumento politico, quale la protesta, la manifestazione, ma se sei seppellito dalle cause, anche se infondate, alla fine soccombi.

Tratto da: Corriere della Sera

Tutta la Redazione di ANTIMAFIADuemila esprime la propria solidarietà ed il proprio sostegno a Milena Gabanelli e tutti i suoi collaboratori nel programma Rai Repor. Per difendere il diritto d'informare ed essere informati.

da Antimafia

TSUNAMI A SAMOA: PER LE ISOLE DEL SUD “UN COLPO MOLTO DURO”

“Soprattutto per le isole Samoa è un colpo durissimo, ma lo tsunami del 2004 è stata un’altra cosa”: lo dice alla MISNA Skavdal Tarje, direttore del centro per il Pacifico dell’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), che conferma l’inizio delle operazioni di soccorso. “Rispetto alle catastrofe di cinque anni fa – dice da Bangkok il dirigente delle Nazioni Unite - il maremoto di questa notte ha avuto un carattere locale, anche se ha colpito diversi paesi del Pacifico meridionale”. Secondo Tarje, l’amministrazione di Samoa è riuscita a liberare alcune delle strade più importanti dell’arcipelago e permesso in questo modo il trasporto di molti feriti dalle zone più remote negli ospedali cittadini. Il dirigente dell’Onu dice che Australia e Nuova Zelanda hanno già inviato aiuti, mentre domani a Samoa arriverà un primo gruppo di esperti delle Nazioni Unite. Alla MISNA funzionari dell’ambasciata in Belgio di Samoa hanno detto di non esser riusciti a contattare nessun loro connazionale ; Tarje assicura però che il suo ufficio ha potuto raggiungere telefonicamente le isole, nonostante una rete sovraccarica e in forte difficoltà. Il primo ministro di Samoa Tuilaepa Sailele Malielegaoi, che sta rientrando oggi nella capitale Apia dalla Nuova Zelanda, si è detto “sotto shock” e ha parlato di una tragedia “inimmaginabile”. Nella regione occidentale delle Samoa, indipendente, vivono circa 217.000 persone; altre 65.000 abitano la parte orientale, sotto sovranità statunitense. In attesa di dati attendibili sul numero delle vittime, quasi 100 dicono da Apia, diversi segnali rafforzano la speranza che il peggio sia passato. E’ di pochi minuti fa la notizia che l’Agenzia meteorologica del Giappone ha revocato l’allarme tsunami in vigore da questa mattina, la notte italiana.[VG]

da Misna

Massacro in Guinea Conakry, almeno 157 morti



Almeno 157 persone sono state uccise dalla polizia alla manifestazione non autorizzata svoltasi il 28 settembre a Conakry, la capitale della Guinea. Lo ha denunciato oggi il leader dell’opposizione, Sydia Toure. Intanto le violenze proseguono oggi: un adolescente è stato ucciso da militari nella periferia di Conakry.
I manifestanti si erano radunati, ieri, all’interno dello stadio e protestavano contro la candidatura del capo della giunta militare, il capitano Moussa Dadis Camara, alle elezioni presidenziali previste a gennaio 2010. Le forze dell’ordine hanno sparato sulle migliaia di persone presenti. In mattinata, gli oppositori erano stati dispersi a colpi di manganelli e lacrimogeni. La Federazione internazionale delle leghe dei diritti umani ha invitato la comunità internazionale a «reagire». Il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-Moon si è detto «sciocato dalle perdite in vita umane,dall’alto numero di feriti e la distruzion di beni povocati dall’uso eccessivo della violenza», La Francia, ex potenza coloniale, ha condannato la «repressione violenta» mentre gli Stati uniti si sono dichiarati «molto preoccupati».

«87 corpi sono stati raccolti all’interno e nei dintorni dello stadio, dopo il passaggio dei militari – ha detto un responsabile della polizia – Attualmente ci sono 47 corpi nel campo militare di Samory Touré, di cui quattro donne, i funerali si svolgeranno stanotte». Ma il bilancio è ancora molto incerto, un medico del Centro ospedaliero universitario di Donka ha parlato di una «Macelleria! Una carneficina!». All’ospedale Ignace Deen di Conakry, hanno fatto sapere che un camion militare si era presentato per recuperare «decine di corpi» e si era diretto verso «una destinazione ignota». Alla Croce Rossa, qualcuno ha parlato di «una volontà di nascondere i corpi delle vittime».
L’ex premier Cellou Dalein Diallo, candidato alle presidenziali e dirigente dell’Unione delle forze democratiche di Guinea ha raccontato che i militari gli hanno «rotto due costole» e lo hanno ferito alla testa. «C’era una volontà deliberata di eliminarci oggi, noi, gli oppositori», ha dichiarato l’ex capo del governo Sidya Touré, leader dell’Unione delle forze repubblicane, anche lui ferito alla testa. I due sono stati portati nel campo militare Alpha Yaya Diallo, sede della giunta, e poi in una clinica. Le loro case sono state saccheggiate dai militari.

Secondo Mamadi Kaba, presidente in Guinea dell’organizzazione Incontro africano per la difesa dei diritti umani [Raddho], «gli stupri sono iniziati nello stadio. Alcuni militari hanno violentato delle donne». «Abbiamo infermazioni molto preoccupanti – ha aggiunto Kaba – di donne detenute nei campi militari e nei commissariati che vengono violentate». Le violenze starebbero andando avanti anche oggi. «I militari entrano nei quartieri, saccheggiano i beni e violentano le donne. Abbiamo queste informazioni da fonti concordanti, da fonti poliziesche e vicine ai militari. Molti militari e poliziotti non sono d’accordo con quello che accade». Secondo Raddho, «la paura impera oggi in Guinea. Si trattava solo di un presidio, nessuno poteva immaginare questa violenza. Il messaggio dei militari è ‘Non accettiamo la contraddizione’».

Dopo la morte del presidente Lansana Conté, che mise fine ai suoi 25 anni di regno, il 23 dicembre 2008 è iniziato quello che i guineani chiamano il «Dadis show». Un format in cui quotidianamente il capo della giunta se la prende – con tanto di discorsi moralizzatori e collera – con presunti trafficanti di droga, dipendenti pubblici corrotti e collaboratori: le revoche e i pensionamenti anticipati vengono annunciate in diretta tv. Un programma che viene seguito via cavo da tutta l’Africa occidentale. Dopo aver vestito per mesi i panni del democratico, Dadis Camara – nonostante l’impegno preso di non farlo – ha fatto saper di voler presentarsi alle elezioni presidenziali del gennaio 2010, provocando contestazioni nel suo paese e a livello internazionale.

Ieri, quello che spesso e volentieri sottolinea che l’esercito ha preso il potere «senza spargimento di sangue», ha commentato il massacro in un’intervista a Rfi. Dadis Camara ha dichiarato: «E’ una sfortuna, è drammatico. Effettivamente ci sono stati dei morti, ma non ho ancora dati precisi. Sono qui e aspetto che mi venga fatto il punto sulla situazione. Francamente sono desolato, molto desolato».
Ma in nove mesi al potere, Moussa Dadis Camara ha spesso fatto ricorso agli arresti, alla tortura e al rapimento per azzittire i suoi oppositori. Come spiega Cheikh Yérim Seck in un articolo apparso su Jeune Afrique, quello che poco fa denunciava l’etnocentrismo, si è circondato dei propri familiari, quello che poco fa denunciava il proprio disprezzo del denaro ha speso 800 miliardi di franchi guineani [110 milioni di euro] in nove mesi, alla voce «spese di sovranità».

di Sarah Di Nella da Carta

Parco regionale “saline – punta della contessa” (Br) utilizzata come discarica

Lecce (Salento) – I militari della Guardia di Finanza di Brindisi, hanno sequestrato all’interno di un parco naturale regionale, un’area di oltre 223mila mq adibita a discarica abusiva. 6 persone sono state denunciate.

Una scoperta che è stata fatta dalle fiamme gialle brindisine, con l’aiuto di elicotteri della sezione aerea di Bari a seguito di complesse indagini: i militari hanno sequestrato un’area di 223mila mq, all’interno di un parco regionale “saline – punta della contessa” (Br) utilizzata come discarica abusiva ed oltre 4.500 tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, del tipo pietrisco da massicciata ferroviaria, materiale di risulta edile e rifacimento manto stradale ecc. Inoltre i responsabili aveva adibito anche un terreno di 900 mq a stoccaggio di rifiuti non autorizzato. Sequestrati anche traversine ferroviarie in legno, 4 autocarri ed una pala meccanica. Conclusa l’operazione, sei persone sono state denunciate all’A.G.. Dall’inizio dell’anno, le fiamme gialle della puglia hanno sequestrato 110 aree destinate a discariche abusive per oltre 8,5 milioni di mq oltre 195.000 tonnellate di rifiuti speciali e/o pericolosi; denunciato 315 persone all’autorità giudiziaria.

Gli scomodi “amici” del calcio italiano

Il quotidiano sportivo spagnolo Marca si occupa di quanto accaduto domenica scorsa sul campo di una piccola squadra locale siciliana. “Il presidente di una squadra di categoria regionale ha dedicato una vittoria a un presunto boss mafioso, riportando in primo piano i rapporti tra calcio e criminalità organizzata. Gioacchino Sferrazza, presidente dell’Akragas di Agrigento, si è visto sospendere la licenza di organizzare manifestazioni sportive per la dedica a Nicola Ribilisi, arrestato nei giorni scorsi per associazione di stampo mafioso. Sferrazza si è detto convinto dell’innocenza dell”amico’ Ribilisi, ma la sua squadra rischia di non poter più giocare nello stadio di casa fino alla nomina di un nuovo presidente”.

da Internazionale

Izzo, Guido, Esposito: il mito della violenza ·

Roma: È di poche ore fa la notizia che Gianni Guido, uno dei massacratori del Circeo, ha ottenuto la scarcerazione anticipata rispetto alla pena trentennale alla quale era stato condannato. Pena che era già uno sconto rispetto all'ergastolo iniziale.
Gianni Guido è libero da aprile, ma già da prima, dopo aver avuto la possibilità di laurearsi in carcere, godeva di una semilibertà che gli consentiva di lavorare con rientro coatto a fine giornata.
Guido, Izzo, Ghira: nomi che fanno ancora tremare, e indignare. Ragazzi della Roma "bene", in realtà belve affamate di sangue. Quasi che la noia si possa curare a sangue e cocaina.
Una storia di trent'anni fa, eppure molto attuale per certi aspetti. La cronaca dei nostri giorni non ci risparmia atti di estrema violenza, certo, non solo nei confronti delle donne, ma soprattutto contro di loro. Quello che più spaventa è la giovane età di molte delle vittime e dei loro aguzzini. Come se quella noia, una volta abbattuta a colpi di playstation, abbia ormai bisogno di emozioni più forti.
Sulla vicenda e sul contesto sociale nel quale ha avuto origine ho trovato l'articolo che segue. Affinchè ci aiuti ad aprire gli occhi su alcuni segnali che, se colti in tempo, aiutano a fermare la deriva di efferata violenza.

"ROMA - A scuola terrorizzavano i compagni per vincere a calcio, ma il giovedì andavano sempre a messa.
Piccoli e cattivi. Piccoli bastardi. È sgradevole, è sbagliato scrivere cose così su dei ragazzi nemmeno maggiorenni, ma queste sono le parole e - in queste parole - c'è tutto il ricordo e ancora la paura che si portano dietro i loro compagni di classe. Angelo Izzo e Gianni Guido erano infatti nella stessa classe: sezione A, liceo classico, istituto privato San Leone Magno. Andrea Ghira, no: lui andava al liceo Giulio Cesare, un liceo classico di rango, ma pubblico. Sono luoghi vicini: da piazza di Santa Costanza basta percorrere una strada in salita, e poi risalire Corso Trieste. Basta chiudere gli occhi, dicono oggi certi loro compagni di scuola, e te li rivedi davanti al bar Tortuga. Sbruffoni, arroganti, molto fascisti. Il bar sta ancora lì. Gli aperitivi sono sempre squisiti.
I compagni di scuola dei boia del Circeo chiedono di restare anonimi. «Ghira è latitante, no?...». Un chirurgo estetico, un notaio. Nomi e cognomi celebri, come quelli dei loro papà. Trent'anni fa avevano iscritto i loro rampolli nell'istituto privato più esclusivo di Roma - una scuola bella, pulita e illuminata bene, dove la retta mensile, all'epoca, e siamo agli inizi degli anni Settanta, raggiungeva quasi i due milioni di lire - dove nessun genitore immaginava lontanamente ciò che la sorte, il destino, avessero deciso contemporaneamente: infilare nella stessa classe due ragazzi come Angelo Izzo e Gianni Guido e poi dargli, per compagni e amici di istituto, un altro paio di pargoli come Gianluigi Esposito e Damiano Sovena.
Gianluigi Esposito frequentava il liceo scientifico e tutti se lo ricordano per aver militato in ciò che restava del terrorismo nero e per essere poi evaso, addirittura in elicottero, dal carcere romano di Rebibbia. Damiano Sovena era invece bravissimo nei tornei di calcio, ma se provate a scavare nella memoria del suo compagno di banco - un alto funzionario, in pensione, della Banca d'Italia - lui vi racconterà un'altra storia: la storia di quella volta che, in piazza Euclide, Damiano Sovena fu centrato da due colpi di pistola e alla fine del racconto c'è, resiste ancora la frase che Sovena, in un misto di follia ed esaltazione, disse all'infermiera mentre gli toglieva la flebo: «C'è la mia foto sui giornali?».
Erano piccoli e cattivi e assolutamente fuori di testa: per questo, l'allora capo dei giovani missini romani, il grande e temuto capo del Fronte della Gioventù, Teodoro Buontempo, oggi deputato della Repubblica, gli aveva ordinato di stare lontano dalle sezioni e loro avevano accettato, evitando di andarsi a sedere nei bar che i «pariolini», i ragazzi della Roma bene e nera, abitualmente frequentavano: il bar di piazza Euclide e quello di piazza delle Muse. Loro non avevano protestato: forti con i deboli, ma vigliacchetti con i forti. Senza reagire, cominciarono così a rintanarsi al bar Tortuga, davanti al liceo Giulio Cesare, dove pure erano tenuti inutilmente d'occhio dai poliziotti in borghese e tra loro c'era anche l'agente Franco Evangelista , quello che chiamavano «Serpico» e che poi, anni dopo, fu ammazzato da altri fascisti armati, da un commando dei Nar guidato da Giusva Fioravanti.
Restano scene memorabili e scioccanti: Ghira che, appena sedicenne, arriva a bordo della Jaguar rosa pallido del papà. E Izzo che, pure senza patente, parcheggia la sua moto Kawasaki 750 (modificata). Ghira, di solito, scendeva poi dalla Jaguar tenendo al guinzaglio un alano nero. Un cane che lui bastonava prima di uscire di casa e che, perciò, arrivava davanti al Tortuga sbavando inferocito. Guido, che della compagnia era il più stupidotto, s'atteggiava lasciando intravedere, sotto al giubbotto di pelle nera, il calcio di una pistola. Dovete immaginarveli vestiti così: con i pantaloni jeans larghi in fondo, a «zampa d'elefante» (marca Ufo). Con i mocassini color cuoio a punta. Con le basette lunghe. Dovete immaginarveli sicuri di sé: ecco, bisogna dire che una buona dose della loro forza gli veniva dalla quasi certezza di poterla fare franca. Guidare senza patente, spacciare cocaina, picchiare: c'era sempre l'avvocato di papà, a difenderli.
Il padre di Ghira era considerato il re delle impalcature metalliche. Il padre di Izzo era un importante costruttore edile. Gianni Guido aveva i soldi da parte di madre, figlia di una nota famiglia di armatori napoletani. Quanto poi agli altri amichetti di banda e di liceo, tutti ben messi: Giancarlo Parboni Arquati, figlio unico di un architetto di gran successo. Gianluca Sonnino erede di un industriale tessile. Con quei cognomi avrebbero dovuto avere la fila di ragazze cui fare la corte. Invece, no: le ragazze del vicino istituto privato solo femminile, il celebre «Marymount», quando li vedevano arrivare, si mettevano di spalle. Izzo aveva già gli occhi vibranti del maniaco sessuale. Tutti sapevano che Esposito nemmeno baciava: gli piaceva solo dare pizzichi.
Una banda di giovani pazzi, da cui stare distanti. Infatti le feste venivano organizzate di nascosto. Se arrivavano loro, Izzo e i suoi, era finita. Case saccheggiate e molte ragazze che, forse ancora adesso, tengono nascosto un segreto tremendo. Il giovedì mattina, però, questi piccoli delinquenti andavano regolarmente a messa. Può sembrare pazzesco, ma è così: il giovedì, al San Leone Magno, era giorno di funzione religiosa e loro erano lì, in prima fila, a mani giunte. La verità è che avevano paura di fratel Barnaba, il loro insegnante di religione. Lo vedevano e tremavano. Izzo, più di tutti. Un comportamento tipico, sembra, nei serial killer."
Fabrizio Roncone
04 maggio 2005

http://www.telefree.it/news.php?op=view&id=56613
da Antifa

Belgrado -Morto cittadino francese aggredito a Belgrado da estremisti di destra

Belgrado - Taton Bris, cittadino francese rimasto gravemente ferito lo scorso 17 settembre, è morto oggi alla Clinical Center of Serbia, come affermato dal responsabile del centro di emergenza dell'ospedale, Drago Jovanovic. L'adolescente francese è rimasto gravemente ferito dopo che un gruppo di giovani hanno attaccato nel centro di Belgrado i tifosi francesi, poco prima dell'inizio della partita Partizan-Tolosa. Poco dopo il pestaggio, la polizia ha arrestato 11 persone sospettate di avere attaccato i cittadini francesi. Il Segretario di Stato presso il Ministero degli Interni, Dragan Markovic, ha espresso profondo rammarico per la morte del cittadino francese, a causa dell'attacco degli hooligans serbi, sostenendo che la polizia farà di tutto per proteggere i cittadini della Serbia e gli stranieri. Markovic ha detto ai giornalisti che Belgrado è una città sicura, e i tre recenti attacchi contro i cittadini stranieri hanno gettato solo ombra sulla polizia.

Il presidente serbo, Boris Tadic, ha promesso che Belgrado reagira' ''con la massima fermezza e serverita''' nei confronti dei responsabili della morte del tifoso francese del Tolosa. ''Lo stato serbo reagira' nella maniera piu' ferma e piu' dura'' di fronte a tale crimine, ha detto Tadic parlando con i giornalisti in Slovenia, dove e' oggi in visita ufficiale. ''Cio' vale per tutti i gruppi che predicano violenza e intolleranza'', ha aggiunto il presidente con riferimento alla preoccupante ondata di violenze, minacce e intimidazioni registratasi a Belgrado nelle ultime settimane. La brutale aggressione al tifoso del Tolosa oggi deceduto aveva preceduto di un paio di giorni l'annullamento per ragioni di sicurezza del Gay Pride previsto nella capitale serba per il 20 settembre. Le autorita', preoccupate per possibili scontri e incidenti dopo le pesanti minacce e intimidazioni agli omosessuali da parte di gruppi e formazioni estremiste omofobe e ultranazionaliste, avevano proposto di spostare il corteo dal centro di Belgrado a una zona verde piu' periferica. Gli organizzatori tuttavia avevano rifiutato. Sempre a Belgrado si sono registrate negli ultimi giorni aggressioni a sfondo xenofobo contro alcuni cittadini stranieri. Per questo la procura generale ha chiesto alla Corte costituzionale di vietare l'attivita' di due organizzazioni ultranazionaliste, ritenute coinvolte in tali episodi di violenza, Obraz e Movimento nazionale serbo 1389.

Una questione di stato

"E' tempo di uguaglianza"
Nel 2001 erano stati picchiati. Con la polizia a guardare. A Belgrado però, otto anni dopo, i partecipanti del Gay Pride scendono nuovamente in strada. Oggi la Serbia è più vicina all'Europa, ma restano ombre sulla vicinanza tra alcuni apparati dello stato e gruppi estremisti intenzionati a bloccare l'evento
“Il gay pride? Non ci sarà”. È sicuro e quasi sorride nel darmi questa notizia Miša Vacić, vent’anni, studente di legge di Belgrado e esponente del movimento ultra-nazionalista “SNP 1339” (“Movimento Nazionale Serbo 1389”). “1389” è un movimento minoritario, 200 persone a Belgrado e altrettante in tutta la Serbia, abbastanza visibili attraverso manifestazioni anti-europee, in difesa dei cosiddetti interessi nazionali e della chiesa, dalle proteste contro l’arresto di Karadžić, alle marce in ricordo della battaglia di Kosovo Polje. "Per il gay pride però - assicura Miša - ci saranno almeno 10 se non 15 mila serbi con coscienza nazionale che lo impediranno”.

Domenica prossima infatti il movimento serbo in difesa dei diritti di gay e lesbiche organizza dopo otto anni il secondo gay pride mai tentato in Serbia, il “Belgrade Pride”. Il primo, nel 2001, fu un disastro, segnato dagli attacchi di nazionalisti e hooligans e da una gestione colpevolmente carente della polizia. In seguito a quella che fu chiamata la “Massacre Parade” le associazioni gay e lesbiche in Serbia hanno portato avanti le loro attività in semiclandestinità e sempre con molta attenzione alla sicurezza.

La situazione oggi è cambiata: la Serbia dovrebbe richiedere lo status di Paese candidato per l’Unione europea entro il 2009 e deve dimostrare che condivide alcuni valori di parità di diritti e libertà di espressione. Nella primavera scorsa il Parlamento ha approvato una legge anti-discriminazione fortemente voluta dalle associazioni per i diritti delle persone LGBT che punisce anche la discriminazione in base all’orientamento sessuale. Il ministro degli Interni, Ivica Dačić, ha rinnovato in questi giorni l’assicurazione che la polizia farà di tutto per “mantenere ordine pubblico e pace”.

Almeno 60 organizzazioni dalla Serbia e dall’estero hanno fornito il proprio appoggio al “Belgrade Pride” e 50 figure pubbliche (artisti, attori etc.) hanno prestato la loro voce e faccia per la campagna a favore della marcia di domenica con lo slogan “E’ tempo di parità di diritti”.

"Vi aspettiamo" - scritta provocatoria contro il Gay pride di Belgrado
C’è un fronte opposto però di cui va tenuto conto che si sta organizzando quasi – viene da dire – con lo stesso entusiasmo. Si dice che in città sia impossibile trovare i fumogeni da stadio perché sono già esauriti da tempo in previsione del pride. “Ci saranno tutti – spiega Miša di 1389 – noi, altri movimenti ‘patriottici’ come Obraz, i Delije della Stella Rossa, i Grobari del Partizan, fino alle tifoserie delle squadre più piccole e insignificanti della città. Non conteranno più le distinzioni dei colori della squadra del cuore, faremo un fronte dei ‘sani e dei normali’ deciso ad impedire la gay parade in Serbia”. E la polizia? “Beh, ci sono differenti opinioni all’interno della polizia – ribatte Miša – non penso che siano tutti così pronti a difendere i gay”. Comunque secondo il giovane serbo con “coscienza nazionale” sarebbe in atto una discussione proprio con la polizia su cosa possono fare e cosa no.

“Abbiamo richiesto l’autorizzazione per fare una manifestazione nello stesso posto in cui comincia il pride (il Plato, piazza di fronte alla Facoltà di Filosofia ndr.) ma nelle ore precedenti, faremo una festa dei serbi ‘sani e normali’ dalla mezzanotte di sabato fino alle 10 della domenica. La manifestazione ‘di quelli’ dovrebbe iniziare alle 11. Noi alle dieci spegneremo la musica e leveremo gli striscioni per dimostrare la nostra buona volontà, ma come farà la polizia a sgombrare tutta quella gente? E come faranno gli ‘altri’ a venire a mettere il loro materiale per l’inizio della parata?”.

Non solo, esiste anche il piano B. Se la polizia ritira l’autorizzazione si sono già organizzati in “piccoli gruppi mobili” che occuperanno la piazza la mattina presto. “Faremo come Gandhi, ce ne staremo seduti, tutto senza violenza”, precisa il ragazzo. Chiedo come faranno a mettere nella stessa piazza tifosi e poliziotti ed impedire la violenza. “Dobbiamo assolutamente evitarla – dice Miša per la prima volta con uno sguardo un po’ preoccupato – perché il morale è molto alto contro i gay. Le persone hanno individuato i gay come simbolo di tutte le cose negative che vengono dall’occidente, dalla perdita del Kosovo al bombardamento del ’99 alla crisi economica e sociale. C’è molta frustrazione che viene convogliata contro di loro”.

In genere le interviste con i nazionalisti e gli hooligans mandano sempre dei messaggi. L’idea della manifestazione lo stesso giorno è stata data in pasto alla stampa fra ieri e oggi come chiaro messaggio: ci sono forze pronte a tutto per impedire lo svolgimento della parata.

“Diecimila contromanifestanti? Non saranno più di 400, più o meno come i partecipanti al gay pride”. Il professore di Studi Strategici dell’Università di Belgrado, Zoran Dragišić, ha messo a punto uno studio per la sicurezza del Belgrade pride ed è un esperto in tema di sicurezza. “Il mio assessment evidenziava l’alto rischio che la manifestazione comporta, ho spiegato bene i metodi di attacco e le forze di questi gruppi che si preparano ad attaccare, ma intendiamoci la polizia ha tutte le capacità per impedire a questi fanatici di agire, è solo una questione di volontà”.

“Se avessero voluto avrebbero potuto già arrestare molte persone – continua Dragišić – che tramite i media hanno fatto precise minacce di morte mettendoci il loro nome”. Cosa ne pensa della manifestazione annunciata nello stesso giorno? “Significa che c’è una fronda interna alla polizia che appoggia questo tipo di movimenti. Del resto Koštunica promuoveva in prima persona quelli di Obraz (ultra-nazionalisti) e l’apparato della sicurezza non è cambiato dai tempi di Koštunica, ma nemmeno dai tempi di Milošević”.

Il capo della polizia Željko Nikać ha detto all’emittente B92 che non possono del tutto sciogliere la riserva per lo svolgimento del Belgrade Pride, se i rischi apparissero molto alti si potrebbe cancellare. “Rispetto a questo penso intanto che ha fatto bene il ministro dell’Interno Dačić a smentirlo affermando che la polizia farà il suo dovere. Penso anche però che se il capo della polizia ammette di non avere il controllo del territorio andrebbe quanto meno licenziato perché vuol dire che non sa fare il proprio lavoro. Dopo di che proporrei di iniziare a pagare le tasse a Obraz e 1389 visto che evidentemente loro hanno il vero potere”.

La polizia quindi ha al suo interno elementi “sleali”, il governo è unito? “Il governo è composto per la maggior parte da comparse spesso incompetenti. Certo, Dačić appare deciso nella sua posizione contro questi gruppi, ma quanto è forte?” continua il professore. La questione pare ormai andare oltre il rispetto dei diritti umani per la popolazione gay: in gioco è la tenuta dello Stato.

“La marcia di domenica ci darà modo di rispondere a varie importanti domande – conclude Dragišić – esiste un sistema di leggi che deve essere rispettato in Serbia? La polizia è pronta a difendere queste leggi? Ci sono organizzazioni come gli ultra-nazionalisti che sono più forti dello Stato? C’è qualcuno all’interno dello Stato che le difende e le aiuta? Chi?”.

da Indymedia

Il flop praghese di papa Ratzinger


Tra le tante operazioni ideologiche che vedono impegnati i media, inesorabilmente c’è l’esaltazione, comunque e dovunque, del viaggio papale. Una specie di topos narrativo. E celebrativo. Così la tre giorni del papa nella Repubblica ceca che avrebbe dovuto essere resocontata per il flop che è stata, viene rappresentata invece come una specie di trionfo di Ratzinger. L’ennesimo, del resto. Invece, al di là dei messaggi subliminali e delle citazioni colte, proprio di un flop questa volta si è trattato.
Vediamo perché. L’Osservatore romano ha parlato di "confronto con i non credenti", il portavoce del papa padre Federico Lombardi di "missione per rilanciare la fede", Benedetto XVI stesso ha insistito sul ruolo di "minoranza creativa" per i cattolici in terra di Boemia e Moravia, con un messaggio ai giovani ("non fatevi ammaliare dai paradisi artificiali e dalle false e alienanti prospettive del consumismo") e all’Europa - perché i leader siano "credenti e credibili" - e si sprecano le interpretazioni sulla parola del papa, per l’occasione all’assalto, improbabile, di Berlusconi.
Su tutte, emerge la preoccupazione del cardinale di Cracovia, già segretario di Wojtyla che, accorso dalla Polonia, ha ricordato che questo è per il vecchio continente "un momento cruciale… il comunismo è caduto ma adesso il momento è più difficile e il nemico più pericoloso".
Messaggi a parte, chi ha davvero ascoltato la parola del papa e perché è arrivato in missione a Praga? Papa Ratzinger, il pastore tedesco, è arrivato nel cuore inconcluso d’Europa che, nonostante siano passati venti anni dal crollo del socialismo reale nell’89, non ha ancora un concordato, un patto politico, istituzionale e legale con il Vaticano e i suoi interessi nella Repubblica ceca. Essendo fallita, tra l’altro l’operazione politica che vedeva nel Partito dei popolari cattolici l’interlocutore diretto di questa prospettiva quando scambiarono il loro voto di appoggio per l’elezione a presidente della repubblica di Vaclav Klaus: ora quel partito è fuori dal governo e si è scisso. E lo scambio, nonostante le promesse, non c’è mai stato. Né risulta essere nelle prospettive politiche, tantomeno di quelle presidenziali, visto che le autorità politiche che il papa ha incontrato di questo non han voluto parlare.
C’è in gioco la rivendicazione da parte della Chiesa cattolica di una serie di beni fondiari che ancora contraddicono l’autonomia amministrativa di molti comuni cechi e, soprattutto c’è la richiesta dell'immensa Cattedrale di San Vito che si trova all’interno del Castello di Praga. Il Vaticano la rivendica al cattolicesimo, in un paese che istituzionalmente, dal dopoguerra e fino ad oggi, non si dichiara nemmeno cristiano. Anche se è forte il protestantesimo riformatore hussita - di Jan Hus che, poco prima del protestantesimo di Lutero, pagò con il rogo l’idea di un "cattolicesimo dal volto umano". E in un paese che, dai sondaggi recenti, si dichiara per più del 66% agnostico e ateo. E che nella sua parte minoritaria e credente ritiene che la chiesa di San Vito appartenga a tutte le comunità cristiane, non a Roma - anche perché è stata costruita nell’epoca in cui i cristiani erano uniti.
Tant’è che l’attuale primate della chiesa ceca, il cardinale, Vaclav Maly, ha recentemente dichiarato l’intenzione di dimettersi perché l’obiettivo del concordato che lui si era dato come ineludibile per il suo mandato, è stato ormai fallito.
Veniamo ora ai richiami storici e alle greggi che sarebbero accorse alla testimonianza papale. La folla di Brno è stata data per "130mila persone": erano due settimane che si annunciavano dai media e dalla Santa sede che sarebbero accorse proprio "130mila persone". Il numero è stato incredibilmente indovinato. Senza però tenere conto del fatto che Brno, prima tappa del viaggio, è alla frontiera di Austria e Ungheria, e la cattolicissima Polonia è a 250 chilometri. Da tutti queste realtà infatti è arrivata una multiforme presenza organizzata. Che è invece visibilmente mancata il giorno dopo sulla spianata di Stara Boleslav, a soli 35 km da Praga, ma ahimé in giorno non festivo e nonostante pullman arrivati anche stavolta da Varsavia e Budapest. Per questo secondo appuntamento, le agenzie locali e internazionali hanno oscillato a descrivere una presenza sulle "15-20mila persone", per arrivare alla fine alle "30-50mila". Assai poco per il Vicario di Roma.
Comunque, nei tre giorni di viaggio, ha ricordato i martiri del comunismo - a dire il vero la maggior parte dei martiri del "comunismo" erano nella repubblica Cecoslovacca unita soprattutto i comunisti, fin dalla fine degli anni Quaranta. Purtroppo papa Ratzinger, ancora una volta, ha perso un’occasione importante per denunciare e ricordare almeno due vergognose malefatte della Chiesa cattolica romana. La prima, non avere detto mezza parola sul terribile ruolo del Vaticano che mantenne nella Chiesa cattolica monsignor Jozef Tiso, primo ministro della Slovacchia - prontamente separatasi dai cechi dopo l’annessione dei nazisti della regione dei sudeti e diventata con lui un regime nazifascista schierato con la Germania di Hitler dalla fine degli anni Trenta fino al ’41, favorevole inoltre all’invasione della repubblica ceca. E, quindi ha mancato una denuncia della corresponsabilità nella deportazione e sterminio degli ebrei slovacchi - 58.000 ebrei (il 75% degli ebrei slovacchi) furono inviati nei campi di concentramento in questo periodo, sono sopravvissuti solo in 700 - e cechi. Poteva incontrare, con questo peso di responsabilità, quel che resta della comunità ebraica di Praga, invece si è limitato a stringere la mano a due rappresentanti in fila tra gli altri esponenti delle religioni locali.
Alla fine non è nemmeno servito che, come ultimo tentativo di modernità, i salmi adattati a musica rock e il silenzio del papa su "omosessualità e preservativi": decine di giovani a piazza Venceslao - come la chiamano a Praga, volutamente omettendo il "San" - hanno chiesto a Ratzinger proprio sui preservativi proibiti dalla Chiesa romana: "Papa, non predicare la morte". Più d’un flop. Un disastro, papale papale.

Il Manifesto

Alessandria: presentazione libro su B. Misefari

L'opera curata da Pino Vermiglio edita dalla casa editrice “OGGINOI” è un antologia di 60 poesie del Poeta e filosofo anarchico Bruno Misefari,conosciuto anche con lo pseudonimo di Furio Sbarnemi(Palizzi 17 gennaio 1892-Roma 12 giugno 1936).
Il volume è impreziosito dalle riproduzioni a colori e in b/n di 30 opere (dipinti, disegni,illustrazioni)di 16 artisti, alcuni di fama internazionale,fra i quali è utile evidenziare Pablo Echaurren,un artista il cui nome è già un marchio di garanzia, noto al grande pubblico per il disegno di copertina del libro edito negli anni 70 “Porci con le ali”e per i dialoghi costanti intrattenuti con Luigi Veronelli sul settimanale Carta.
Bruno Misefari che era fratello del più noto Enzo (parlamentare del PCI) amava definirsi “falco ribelle” subì a causa delle sue idee carcere e confino,proprio il confino su l'isola di Ponza gli fu fatale,qui contrasse la malattia che lo porterà alla morte.
Il suo lavoro era l'ingegnere, ma oggi è ricordato oltre che come poeta anarchico come acceso antimilitarista, disertore, segretario della camera del lavoro di Taranto e lucido pensatore.
In occasione della presentazione del libro verrà allestita una mostra dove verranno esposte copie delle opere grafiche contenute nel volume.
Gli autori del supporto grafico sono:
LIBERESO GUGLIELMI,HORST FANTAZZINI,FRANCESCO NAMIA, CARMELO PANTE',FRANCO PAVESE, TITO SOLENDO, SANTO CATANUTO,PABLO ECHAURREN,FRANCESCO TRIGLIA,ANTONIO DE ROSE,PIPPO GURRIERI,PATRIZIA DIAMANTE,GIULIA MORANO ILENIA DRAGONETTI,DARIO GIOFFRE' FLORIO,SALVATORE CORVAIO.
Alla presentazione del libro interverrà Pino Vermiglio e Corvaio Salvatore.
La serata si concluderà con la recitazione di alcuni versi di Bruno Misefari.

da Indymedia

martedì 29 settembre 2009

NARDO' - IL CONSIGLIO COMUNALE PROLUNGA L'AGONIA

Il sindaco Antonio Vaglio ha richiesto, nel consiglio comunale tenutosi questa mattina alle ore 12:00 nell'aula consiliare, di rinviare l'approvazione del bilancio nei termini previsti dalla legge (26 giorni). Il consiglio comunale ha votato a favore della delibera presentata dal sindaco. Un consiglio comunale aperto con l'inno di Mameli (forse per ricordarci che siamo italiani) e conclusosi a tarallucci e vino. I revisori dei conti hanno stabilito che il comune è in rosso e che i margini di intervento saranno minimi visto la condizione disastrosa in cui verte la cassa comunale. Del grande tecnico, il dott. Francesco Bruno, non si è saputo niente; all'innominabile nessuno ha fatto riferimento nonostante da un pò di giorni si "aggiri nei pressi del comune". Gli unici interventi politici sono stati quelli del consigliere socialista Tommaso Malcangi e del democridtiano, forza italia ah no pardon uddiccino (UDC) Rino Dell'Anna.

POGGIARDO (LE) - L'ospedale ha bisogno di cure

Lesioni sul solaio, pareti prive di intonaco, pezzi di cornicione mancanti. I pazienti denunciano le cattive condizioni dell'ospedale di Poggiardo. Sanapo: "Provvederemo presto"

Una struttura ospedaliera affetta (come qualcuno in confidenza riferisce) da "psoriasi generale", cioè da quella patologia cronica che colpisce con macchie in tutto il corpo.
È il "Francesco Pispico" di Poggiardo, divenuto in questi ultimi anni teatro di scontro tra le varie forze politiche in campo e di recente al centro di una richiesta di potenziamento avanzata da vari Consigli comunali del bacino, finalizzata a valorizzare le professionalità presenti all'interno.
Ora il problema più che dentro all'ospedale, si presenta all'esterno. Non sono stati pochi i cittadini "impressionati" dalla situazione di fatiscenza che si può notare sulle varie facciate del nosocomio, una volta varcato il portone di ingresso.
Lesioni sul solaio, pareti "mozzicate" e prive spesso di intonaco; tondini delle travi lasciati ad ossidare con l'aria e l'acqua, pezzi di cornicione mancanti, un'armatura in ferro complessiva che sta arrugginendo lentamente.
E c'è chi accanto a tutto questo ci aggiunge delle folate nauseabonde che si levano dal tardo pomeriggio fino a notte inoltrata sia dal biostabilizzatore SudGas, situato nella periferia del paese, sia da qualche altro sito con spazzatura all'aria aperta, riuscendo a bypassare persino il più attrezzato dei condizionatori d'aria.
La domanda è: siamo sicuri che da un momento all'altro qualcosa non venga giù all'improvviso?
A respingere gli allarmi è Franco Sanapo, Direttore sanitario Asl Lecce il quale, interpellato, spiega lo stato dei fatti e assicura che in breve tempo verrà avviata la ristrutturazione: «Possiamo affermare che lungo il perimetro esterno del Pispico non sussistono rischi di alcun tipo. A fine luglio scorso - afferma Sanapo - durante una riunione con il direttore generale dell'area tecnica, della direzione medica del presidio, dell'amministrazione comunale di Poggiardo, alla presenza anche del consigliere regionale Aurelio Gianfreda, abbiamo deciso di avviare un intervento tampone volto al miglioramento urbano dell'intera struttura attraverso una protezione mediante delle reti speciali. Tutto ciò, in attesa della cantierizzazione per il rifacimento delle facciate, per la quale è stato previsto dalla Regione e dal Governo, secondo l'art. 20 della legge finanziaria 1987, un investimento di un milione di euro. Intanto, ricorda e conclude Sanapo, nei mesi scorsi il complesso era stato messo in sicurezza, attraverso l'asportazione di tutte le parti pericolanti». Si attende ora l'avvio del lavori.

di Donato Nuzzaci da IlTaccoD'Italia

Poli Bortone indagata per rivelazione di segreto "Aiutò suo marito"

Lecce, la senatrice coinvolta in una compravendita di terreni

In qualità di sindaco avrebbe anticipato notizie riservate sull'operazione Un´altra scossa - anche questa ampiamente annunciata - ha squarciato la politica pugliese. Adriana Poli Bortone è indagata. L´ex sindaco di Lecce è stata iscritta nel registro degli indagati per rivelazione di segreti d´ufficio e tentato abuso d´ufficio. Insieme al leader del movimento Io Sud compaiono fra i destinatari dell´avviso di conclusione delle indagini preliminari anche suo marito, l´avvocato Giorgio Bortone, e il consuocero, l´imprenditore Gaetano Montefrancesco. Nel registro degli indagati anche Pasquale Corcelli, di Turi, legale rappresentante di Iskenia.
Proprio da un´operazione immobiliare compiuta dalla società lussemburghese, trae le mosse questa inchiesta della procura di Lecce, coordinata dal pm Antonio De Donno. Le indagini della Guardia di finanza cominciarono nel 2007 quando l´ex presidente del consiglio regionale, Mario De Cristofaro, seguito a ruota da alcuni esponenti del centrosinistra, all´opposizione nel consiglio comunale di Lecce, denunciò un´operazione immobiliare compiuta da Iskenia.
La società del Lussemburgo nel settembre del 2004 acquistò un´area di 285mila metri quadrati di terreno agricolo, all´estrema periferia di Lecce, nella zona del parco di Rauccio. Pagò, per l´acquisizione del suolo agricolo un euro e 86 centesimi a metro quadrato. Prezzo di mercato, ma tre mesi dopo il valore di quei terreni schizzò alle stelle. Il 13 dicembre del 2004 la giunta comunale del capoluogo salentino, retta da Adriana Poli Bortone (all´epoca dei fatti senatrice di Alleanza nazionale) votò il documento programmatico del piano urbanistico che per i terreni acquistati da Iskenia prevedeva insediamenti ricettivi e residenziali.
Lo scorso novembre il pm Marco D´Agostino, presentò una richiesta di archiviazione che fu, però, rigettata dal giudice per le indagini preliminari, Ettore Aprile. Il gip dispose un supplemento d´indagine: "E´ sufficientemente chiaro - scrisse nell´ordinanza - il legame diretto esistente fra la Poli Bortone da una parte e i soci della Iskenia dall´altra, questi ultimi favoriti dalla prima per il fatto di avere avuto un´anticipata conoscenza che terreni con finalità essenzialmente agricola, per cui acquistabili ad un prezzo relativamente ridotto, avrebbero poco dopo mutata la loro destinazione d´uso". A collegare la Poli Bortone a Iskenia - secondo l´accusa - sarebbe stato l´avvocato Bortone, marito dell´ex sindaco di Lecce. Bortone, infatti, aveva curato per il proprietario dei terreni agricoli, Zaccaria Pranzo, le trattative per la vendita dei terreni incriminati a Iskenia. In base alle accuse la Poli Bortone avrebbe anticipato notizie riservate sui terreni al marito e ai rappresentanti della società lussemburghese. L´ex sindaco di Lecce, ieri, non ha commentato la notizia del suo rinvio a giudizio. E il silenzio ha accomunato anche i suoi avversari politici: bocche cucite sulla nuova inchiesta che ha scosso la Puglia.

di Paolo Russo da L'EspressoBari

LECCE - Match: Telerama vs Adriana Poli Bortone (di Mauro Marino)

Lecce (salento) - Rama l’iconoclasta. Ti spiezzo in due e la caduta degli dei.

Presso la religione induista, Rama (ca. 7000 a.C.) è il settimo avatar di Viṣṇu, manifestatosi nel regale principe per risollevare le sorti della morale degli uomini, ormai soggiogati da Ravana. Questo il compito, la mission!

Chi l'avrebbe mai detto! Tele Rama è diventata iconoclasta, si son messi a fare i burloni e fanno il verso alle finezze di Blob!

Non è facile fare gli eversivi e la carica ironica sembra in questo caso cedere il passo all'astio. Alla cattiveria anche. Non la sopportano proprio Adriana Poli Bortone quelli di Mixer Media Management. Noi che siamo difensori dei “deboli” con chi dobbiamo schierarci? Chi è il debole in questa partita?

Quello che è sotto attacco certamente, quello che si vuole piegare mostrandolo in normali Tg in una festa danzante costruendo effetti comici intorno alla notizia. Subliminale si chiama la capacità suasiva del Quarto Potere (la Tv). Ma chissà se i telespettatori poi comprendono e accolgono tanto zelo. Pare essere solo cosa loro.

C'è “L'Indiano” che ha usato la colonna sonora de “La Stangata” - film del 1973 di George Roy Hill dove Johnny Hooker (Robert Redford) e il suo amico Luther Coleman (Robert Earl Jones) sono due truffatori di strada - e mixato le immagini della saga di Rocky Balboa con le sfighe giudiziarie della senatrice di Io Sud.

«Adriana Adriana» invoca un suonato e vittorioso Silvester Stallone. Nella riproposizione il glorioso boxer evidentemente interpreta le aspettative della super rete salentina: hanno posto “domande” e non hanno avuto “risposte” e la implorano l'Adriana, vendicandosi. Si son dimenticati, peccato la frase clou, il «Ti spiezzo in due» (ma certo l'hanno in serbo, l'useranno magari a giorni), C'è anche un'altro passo fondamentale in quel movie: «Se io posso cambiare e voi potete cambiare tutto il mondo può cambiare...» si può piegare a vari usi visti i trasformismi e le piroette politiche in uso nella politica ma anche nell'informazione!

A parte le divagazioni filmografiche (sarebbe il caso a questo punto di citare il capolavoro di Luchino Visconti “La caduta degli dei”, ma ci par troppo) quello a cui assistiamo in questi giorni è un pesante adombramento del mito di Adriana Poli Bortone. Chissà i leccesi che dicono! Nessuno chiede in giro? La mia amica non ci sta! Se la prende con i maschi che non vedevano l'ora di togliersela di torno. «Tutti quelli che lei s'è portato in alto adesso si fregano le mani, finalmente soli, senza mammà!», risponde con un tono che a dir vero un pò spaventa!


Ricordate le manfrine nella scorsa campagna elettorale, la cacciata delle telecamere con lo stemmino giallo dalla sede di Io Sud - voi siete quelli di Telegabellone disse stizzita la neo sudista tacciata d'esser diventata di sinistra! Era più o meno l'inizio! Adesso il boccone s'è fatto ghiotto ci sono beghe giudiziarie e l'astro di Poli Bortone sembra inesorabilmente in declino! Non sembra vero riempirla di fango.

Viene nostalgia delle garbate e puntuali contestazioni mosse con fioretto (e all'occasione sciabola) da Carlo Salvemini quando sedeva in Consiglio Comunale, lui si che le cose le vedeva, le capiva e le contestava, ma evidentemente il Pd non ne ha avuto bisogno nella sua ultima deriva familista. E poi all'epoca Telerama che faceva? Non ricordo!

Certo ne avrà combinate l'ex sindaco di Lecce, regina incontrastata della città che ha governato per due consigliature dense dense! Ma la puntuta opinione della mia amica mi torna, un pò di garbo non guasterebbe!

da IlPaeseNuovo

Il Foggia dei miracoli nel film "Zemanlandia"



Dialoghi esilaranti tra il boemo e l´ex presidente Casillo

Un film sull’uomo che dice poche parole e fuma tante sigarette. “ Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti. Penso di aver dato qualcosa di più e di diverso alla gente”. Zdenek Zeman è il protagonista di un film-documentario su “Zemanlandia” che verrà presentato il 28 settembre, alle 10.30, nella “Casa del Cinema” di Roma, in largo Marcello Mastroianni, per la regia di Giuseppe Sansonna. Il trailer del film sarà pubblicato anche su Repubblica.it.

Il documentario ripercorre le vicende del grande Foggia di Zeman dando la parola ai protagonisti di allora ed illuminando di nuova luce i retroscena del miracolo calcistico del Tavoliere.

Impreziosito dal calcio giocato e da materiali di repertorio delle televisioni private, il film raccoglie l’intervista più lunga che Zeman abbia mai rilasciato. Lontano dai riflettori il boemo rivive l’inizio della sua carriera e l’esaltante costruzione di una squadra a dimensione familiare. Nel documentario, calciatori affermati, dopo aver esordito da sconosciuti a Foggia, come Signori, Rambaudi e Di Biagio, ricordano con nostalgia i gradoni dello stadio Zaccheria, gli allenamenti da marines consumati sul campo in terra battuta dell'oratorio della Chiesa di San Ciro.

Attorno ad un tavolo, dopo quindici anni, gli amici e collaboratori tecnici di allora si divertono a raccontare aneddoti. Nelle loro testimonianze emerge uno Zeman inedito, ironico, immerso in interminabili partite a carte con massaggiatori e magazzinieri. L’i ntervista a due tra Zeman ed il Presidente del club di allora Pasquale Casillo rivela gli equilibri lavorativi e personali di due personalità agli antipodi. Gelido e silenzioso il primo, vulcanico e loquace il secondo. Una relazione basata sul reciproco rispetto e fatta di continue mediazioni, rincorse, compromessi.

Ripercorrendo le vicende del Foggia calcio da due angolazioni diverse, si correggono spesso a vicenda, dando vita ad una testimonianza video autentica ed in qualche modo esilarante. Completano il quadro le testimonianze dei tifosi di allora. L’i ntera città di Foggia visse un sogno lungo tre stagioni che ancora oggi rivive nelle menti e nei cuori della tifoseria. Alla presentazione del film non mancheranno i due protagonisti: Zeman e Casillo. Saranno inoltre presenti il regista Giuseppe Sansonna, l’a ssessore allo Sport e al Turismo della Provincia di Foggia Nicola Vascello e la produttrice Valeria Caggese. Il documentario è stato prodotto dalla 'Showlab' in collaborazione con la 'Fly Film' e sostenuto dalla Provincia di Foggia – Assessorato allo Sport. "Zemanlandia" sarà presentato a Foggia, l’ultima settimana di novembre all’interno del Festival del Cinema Indipendente.

di Roberto Zarriello da LaRepubblicaBari

Bologna: l'Onda contro Maroni. Cariche della polizia



Inizia con una grande mobilitazione di massa l'autunno dell'Onda bolognese. In città erano anni che non si vedeva il movimento universitario indire manifestazioni già a fine settembre. Dopo gli arresti dell'operazione Rewind in luglio, l'Onda riparte più determinata che mai.

In una giornata in cui tutta la città era militarizzata e bloccata, la bravura dell'Onda è stata quella di coinvolgere nella contestazione tutte le forze sociali, che si battono contro le politiche del Ministro Maroni. Riuscendo a portare in piazza Centri Sociali, Sindacati di Base e realtà dell'associazionismo, ed inoltre, riuescendo ad intrecciare la propria protesta con il presidio comunicativo dei gruppi Ultrà.

Un corteo non autorizzato e comunicativo, ha saputo portare la propria voce fin sotto l'aula in cui si teneva il convegno sponsorizzato da Sky. "Lo Sport in Tribuna: disciplina e gestione degli impianti sportivi" questo il titolo del convegno, è l'emblema di come le nuove forme della gestione securitaria promossa dal Governo, si intreccino con la riforma universitaria.

Le durissime cariche della polizia a difesa del Ministro Maroni, non hanno fermato la capacità dell'Onda di concludere con una grande giornata in cui l'unico respinto, stavolta, è stato il Ministro dell'Interno.

La cronaca multimediale della giornata

ore 12.40 - Subito dopo il rilascio del fermato, il corteo riparte per tornare in Piazza Verdi e concludere questa giornata di mobilitazione.
ore 12.30 - Durante la carica c'è stato un fermo di Polizia. Il ragazzo è stato rilasciato in questo momento dopo circa 10 minuti, grazie alla pressione del corteo.
Ascolta la diretta con Michele subito dopo le cariche
ore 12.19 - La polizia carica il corteo, che però si ricompone subito.
ore 12.04 - Il corteo supera via Mercanzia e si dirige verso l'aula dove il Ministro Maroni fra poco terrà il convegno. Due blindati della Polizia stanno bloccando l'accesso alla via dove è situato l'ingresso all'aula.
Ascolta la diretta con Michele da corteo
ore 11.40 - 500 persone in corteo si raggiungono le due torri, e il concentramento degli Ultras.
ore 11.20 - Il corteo esce da piazza Verdi e si dirige in via Zamboni verso la facoltà di Giurisprudenza. Ad aprire il corteo uno striscione "Respingiamo Maroni". E dietro lo striscione l'onda porta dei gommoni a simboleggiare i respingimenti dei migranti e dei cartelli contro il pacchetto sicurezza. ll corteo è determinato a muoversi verso il convegno.
ore 11.10 - Inizia la protesta degli Ultras sotto le due torri. Circa cinquanta gli ultras con diverse delegazioni da Bologna, Parma, Ravenna e Fano. Aperto lo striscione "No alla tessera del tifoso".
Ascolta l'intervista con un ultras al concentramento
ore 10.40 - Circa 200 persone in Piazza Verdi. L'Onda espone lo striscione "Il nostro pacchetto sicurezza: Reddito, Lotte, Socialità"
Ascolta Michele dell'Onda Anomala che presenta la giornata

ore 10.15 - Inizia il concentramento della contestazione in Piazza Verdi centro della zona universitaria. In Piazza l'Onda Anomala sta allestendo una mostra fotografica contro i respingimenti, e un punto informativo sul convegno a favore della tessera del tifoso "Lo sport in tribuna" finanziato da Sky e Resto del Carlino.
ore 10.00 - La zona circostante l'aula absidale di Santa Lucia, con ingresso Via de' Chiari 25 è presidiata da questa mattina dalla Polizia, per impedire alle eventuali contestazioni di avvicinarsi al convegno.





da Infoaut

Honduras, cronache di resistenza: 91° e 92° giorno

La nostra voce dal cuore del paese centroamericano piegato dal golpe racconta un weekend nelle strade di Tegucigalpa, tra marce e zig zag tra militari e polizia. E intanto il governo sospende le libertà costituzionali e minaccia il Brasile

Sabato, 27 settembre 2009. Tegucigalpa, Honduras, 91° giorno di dittatura

ciao ciao,
stavolta scrivo davvero velocemente e molto preoccupata!

la marcia é stata grandiosa e bella come sempre, qualche momento di tensione davanti all'ambasciata brasiliana, ma nulla di serio. Nel pomeriggio c'e stata una enorme carovana di veicoli che ha sfilato per la cittá e specialmente intorno all'ambasciata brasiliana. All'improvviso annunciano in cadena nacional che il coprifuoco sará dalle 18 fino alle 6 di domattina.
Ora siamo in una casa di amici in un quartiere periferico, doveva esserci un concerto sfidando il coprifuoco, ma il quartiere é stato militarizzato quindi ci siamo dovuti rifugiare in questa casa, siamo una 20ina aspettando che passi la notte e sperando che i militari non sfondino la porta (cosa che difficilmente succederá!). Comunque anche se lento c'é l'internet quindi faremo a turno tra i noi venti per raccontare e inviare quanto sta succedendo...

ma le notizie peggiori arrivano dai dintorni dell'ambasciata del Brasile, pare che sia moltiplicata la presenza di militari e polizia, sono stati bloccati gli unici media non golpisti, si teme che stanotte possa succedere qualcosa di terribile al presidente...

ci sentiamo domani... se ci sará elettricitá... sennó dopodomani
un abbraccio dall'Honduras che resiste

Il giorno dopo, l'elettricità c'era, e puntuale è arrivata anche la mail della nostra voce dall'Hondaras che resiste.

Domenica, 28 settembe 2009. Tegucigalpa, Honduras, 92° giorno di dittatura

"Come sempre scrivo correndo...
Ieri sera alla fine ci è andata bene, la notte è passata senza problemi peró con molta tensione, ovunque.
La pazzia di questa gente non ha limiti... in cadena nacional ieri sera hanno dichiarato praticamente guerra diplomatica al brasile e a tutto il mondo! Hanno dato 10 giorni di tempo al Brasile per definire la sua posizione nei confronti di Zelaya (o dichiarano di concedergli l'asilo politico o lo consegnano alle forze dell'ordine golpiste ndr)... hanno alzato il tono specialmente contro Spagna, Messico, Usa e Venezuela. Oggi poi mentre si stava svolgendo l'assemblea del frente, è arrivata la noticia che all´eroporto sono stati bloccati alcuni delegati della OEA (3 della Spagna, 1 della Colombia e 1 statunitense) e non si sa ancora se li hanno rispediti ai loro paese d' origine o se si trovano rinchiusi da qualche parte...

Inoltre sempre oggi hanno pubblicato un decreto esecutivo che sospende per 45 giorni i diritti individuali, Art 69, 72, 78, 84 della Costituzione, ossia il diritto alla libertá personale, libertá d'espressione, libertá di associazione, libertá personale relativa alla detenzione.
In effetti tutti questi diritti sono stati sospesi dal 28 di giugno, peró non erano mai stati dettati da un decreto legge (che vi invieró domani).

A questo punto i golpisti si stanno buttando da soli più che mai dentro a un abisso senza fondo e senza ritorno.

Alla lista dei martiri si sono aggiunte due persone, una ragazza di 24 anni, Wendy, con seri problemi respiratori che é morta a causa dei gas lacrimogeni e un ragazzo a cui hanno sparato, lui é nipote del propietario di Canale 36, l'unico veramente antigolpista!

L'assemblea si é tenuta nella sede di uno dei sindacati piu belligeranti del paese, lo STIBYS, lí hanno portato il corpo di Wendy dove tutti l´hanno potuta salutare e suo marito ha fatto un discorso veramente commovente dando coraggio a tutti e tutte nel continuare a lottare, cosí stavano facendo lui e Wendy, per una Honduras libera e per la costituente.

Verso sera siamo tornati nel quartiere di ieri notte e abbiamo partecipato a una marcia spontanea organizzata dai giovani del barrio. Inizialmente le persone non erano molte, ma al secondo giro si é aggiunta molta gente, al terzo molta altra... insomma dopo una mezz'oretta la marcia era grandissima e gli slogans contro il golpe e i golpisti si ascoltavano sicuramente anche alla posta della polizia... ma per fortuna non ci sono state aggressioni, anche perché il tutto è terminato poco prima delle 21 ora dell'inizio del coprifuoco. É stato molto bello vedere come la gente si è animata a ogni giro intorno al quartiere e si è aggiunta alla caminata, perdendo la paura e gridandolo! Tutti già sapevano del decreto legge che citavo prima, ma questo non li ha fermati!

Termina il Giorno 92 di resistenza, domani saranno 3 mesi di lotta che si celebreranno con una ennesima marcia e probabilmente con un atto di accompagnamento alla familia di Wendy durante il funerale.

Testo raccolto da Stella Spinelli
da PeaceReporter

VENEZUELA - I paesi del sud del mondo organizzano un controsummit

Un mondo multipolare, un’alleanza sud-sud, un contro-blocco che unisca Africa e America Latina, una Nato per il sud del mondo. Sono queste le proposte nate sull’isola venezuelana di Margarita, dov’è in corso il secondo summit Sudamerica-Africa (Asa).

La parte del leone l’ha ovviamente fatta il padrone di casa, Hugo Chávez, che ha invitato i suo colleghi, una trentina, a formare un’alleanza sud-sud ancora più stretta. Un’alleanza poi sigillata dalla firma di vari accordi di cooperazione petrolifera con Sudafrica, Mauritania, Niger, Suda e Capo Verde. E in campo minerario con Namibia, Mali, Niger e Mauritania.

La sua spalla è stato il leader libico Gheddafi, alla sua prima volta in America Latina, che propone di creare una Nato del sud, la Sato. Tutti d’accordo, comunque, sulla necessità di rivedere il funzionamento del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, di cui il Brasile reclama un seggio.

Sullo sfondo, la tenda beduina che questa volta Gheddafi è riuscito a farsi montare nel giardino dell’albergo.

da Internazionale

Guinea: 60 civili dell'opposizione uccisi da polizia

Almeno 58 persone sono state uccise a colpi di arma da fuoco a Conakry dalle forze dell'ordine, che sono intervenute in uno stadio per sgomberare i manifestanti contrari alla candidatura del capo della giunta alle elezioni presidenziali. Lo hanno riferito fonti giornalistiche sul posto. Una decina di cadaveri con segni di proiettili erano adagiati proprio a terra, nel recinto dello stadio del 20 settembre,..

dopo che la guardia presidenziale ha disperso con la violenza gli oppositori che vi erano radunati.
In precedenza erano stati avvertiti molti colpi provenienti proprio dallo stadio, dove si erano radunate decine di migliaia di persone. Mentre seguiva l'evento il corrispondente della France Presse - che lavora anche per Radio France Internationale (RFI) - Mouctar Bah, è stato costretto a mettersi in ginocchio da un soldato della guardia presidenziale. La sua apparecchiatura è stata sequestrata e distrutta dai soldati. Il suo collega della Bbc, il giornalista Amadou Diallo, è stato anche lui vittima di violenze.

da http://africa.blog.ilsole24ore.com/2009/09/guinea-10-civili-dellopposizione-uccisi-da-polizia.html

Flores d’Arcais: “Caro Tonino adesso rifonda l’Idv”



Intervista di Wanda Marra, Il Fatto Quotidiano, 27 settembre 2009

“Se non vuole sprecare la chance che l’elettorato democratico gli ha dato, Di Pietro deve fare un’operazione di totale rifondazione del partito”. L’invito arriva da Paolo Flores d’Arcais che così porta avanti il dibattito iniziato su Micromega. La rivista da lui diretta, infatti, nel numero uscito venerdì pubblica un’inchiesta che evidenzia una serie di “tare” dell’Italia dei valori a livello locale: commissariamenti a valanga, presenza di trasformisti (ex Dc, ex Udeur, persino ex FI), casi di illegalità. Ma Di Pietro ieri in un’intervista a La Stampa minimizzava “non bisogna fare di tutta un’erba un fascio”.

Professor Flores d’Arcais, quando ha letto l’intervista a Di Pietro, cosa ha pensato?
Avrei preferito un “Grazie, c'è veramente da aprirsi alla società civile e sbaraccare tante zone opache”. E l'avrei preferito non tanto per me, ma per il futuro dell'Idv che solo così può aspirare a diventare l'architrave dell'opposizione.

Da parte vostra non è stato un atto di fuoco amico?
Al contrario, si è trattato di un atto d'affetto. Oggi l’unica speranza per un’opposizione organizzata è l’Idv. Ma i cittadini democratici non tollerano più incoerenze. Per cui, se in un anno 4 milioni di elettori su 12 hanno abbandonato il Pd, ciò significa che l’elettore vuole che a ogni parola corrispondano i fatti. Il ceto dirigente medio dell’Idv non corrisponde assolutamente alle speranze che può rappresentare. Con la nostra inchiesta in realtà abbiamo voluto dare un contributo prezioso.

Nella sua conversazione con De Magistris su Micromega, lei sostiene che l’Idv è un partito uno e bino. Che vuol dire?
Parlano i numeri: i voti del partito alle europee sono stati più che doppi rispetto ai voti per gli enti locali. Alle europee gli elettori hanno votato il partito anticasta, in sede locale queste caratteristiche vengono meno e resta un elettorato tradizionale, qualche volta anche clientelare.

Ma intanto Di Pietro ha dichiarato che replicherà caso per caso alla vostra inchiesta...
Sono ben felice che ci sia quest'intervento. Ma voglio ribadire che è stata un’inchiesta straordinariamente accurata.

Cosa risponde a Di Pietro che sostiene che voi fate di tutta un’erba un fascio?
Micromega analizza minuziosamente regione per regione, evidenziando sia casi di illegalità, che di semplice malcostume politico all'interno della legalità e di arroccamenti burocratici che sono del tutto legali ma fanno parte di una nomenclatura politica. Vorrei ricordare il detto “la moglie di Cesare non solo dev'essere onesta ma anche apparirlo”. In troppe regioni ci sono casi di opacità.

È d’accordo con Di Pietro quando dice che la Dc non era così male?
Per me la Dc è sempre stata pessima.

Di Pietro sostiene che nelle sue liste per le ultime elezioni non c’è nessun caso di incandidabilità, visto che non ci sono “persone condannate con sentenze definitive”. Non le sembra un po’ riduttivo da parte di chi ha fatto della legalità la sua bandiera?
Ridursi solo a questo mi sembrerebbe molto, molto minimalista. Se per essere candidati in un partito che si pone come la speranza dell’altra Italia bastasse non avere una condanna definitiva, allora ci si potrebbe limitare a estrarre a sorte i candidati. Forse Di Pietro non capisce quanto è controproducente questa situazione. L’Idv alle europee ha sfiorato il risultato a 2 cifre, ma se si muovesse rinnovando tutto il partito intorno a candidature come quella di De Magistris potrebbe arrivare al 15-20%. Il minimalismo del rinnovamento mi pare possa portare a mancare un’occasione storica. Al di là di quello che si può dire sui Belisario e i Formisano non è con politici di questo genere che l’Idv può fare il 20%.

Ha delle proposte per Di Pietro?
Già per le europee Camilleri ed io avevamo proposto di fare una lista con 2 simboli, quello dell’ Idv e della società civile. Di Pietro deve fare un congresso di vera e propria rifondazione dell'Idv, in maniera da far diventare energie militanti le decine di migliaia di persone che hanno votato per l’Idv anticasta dei De Magistris, Alfano, Vattimo e che a livello locale rimarranno fuori per incompatibilità con i dirigenti locali.

Non le pare che la situazione fotografata da Micromega evidenzi anche che di fatto l’Idv fino ad oggi è stata fortemente identificata con Di Pietro e che manchi in effetti una classe dirigente adeguata? In questo senso anche il successo di De Magistris alle europee che ha preso più preferenze del leader è stato una novità...
Il fatto che Di Pietro sia in grado di imporre quello che vuole a questi gruppi locali potrebbe ancora essere positivo se utilizzasse il suo potere per sbarazzarsi di una certa classe dirigente e puntasse tutto su una nuova leva che è poi quella dei nuovi elettori. A quel punto l’Idv diventerà un vero partito radicalmente nuovo. Bisogna capire se Di Pietro ha il coraggio di lanciarsi in mare aperto o ha paura di questa straordinaria chance che gli elettori democratici gli hanno dato.

da MicroMega

Le navi dei veleni e il mistero della Zanoobia

Hanno un nome le aziende (italiane, europee e statunitensi) che si
servirono della rete di navi mercatili destinate allo smaltimento
illegale dei rifiuti tossici. Nell'edizione di domani il manifesto
ricostruisce l'elenco dei produttori di scorie trovate sulla nave
Zanoobia, sbarcata a Genova nel maggio del 1988 dopo un anno e mezzo
di rotte tra medio oriente e america latina, alla ricerca di un luogo
da usare per smaltire i veleni. Si tratta del gotha dell'industria
chimica europea e statunitense, con nomi conosciuti. Le rotte delle
navi dei veleni non sono state dunque utilizzate da piccole fabbriche
più o meno clandestine, ma costituivano un vero e proprio sistema -
che necessariamente godeva di coperture istituzionali - per lo
smaltimento illegale dei rifiuti industriali più pericolosi.
La storia della Zanoobia è poi significativa anche per l'opacità
dell'intervento dello stato. Ancora oggi, infatti, non è possibile
capire dove siano stati smaltiti i 10.500 fusti arrivati a Genova nel
1988. La protezione civile - incaricata all'epoca dell'emergenza -,
interpellata da il manifesto, non è stata in grado di fornire la
destinazione finale (ovvero le discariche o gli impianti di
smaltimento) delle scorie. Il carico della Zanoobia, dunque, è un
mistero che dura ancora oggi.

da Il Manifesto

ASD Nardò vs Corato 0-0

Nardò Bloccato sul pari da un Corato ben organizzato. Nel secondo tempo due legni spengono le speranze di ottenere i tre punti per lo squadrone granata.

LE PAGELLE Bassi 6 Normale amministrazione PUNTUALE

Calabuig 6,5 Forte nel gioco aereo ma si intestardisce con troppi lanci lunghi. ARIETE

De Padova 5,5 Di Domenico gli fa vedere i sorci verdi. FRASTORNATO

De Donno 6 Si limita a contenere le folate offensive avversarie. PRUDENTE

Contessa 7,5
Anche se non al meglio fisicamente è il migliore dei suoi. Scende sulla fascia offrendo assist a ripetizione. PROROMPENTE

Irace 6 Alla prima ufficiale stenta ad imporre le sue evidenti doti tecniche. Gioca molti palloni ma non è assistito dai compagni. POTENZIALE INESPRESSO

Tartaglia 5,5 Forse non per colpa sua ma gioca troppo defilato. Semplicemente fuori dal gioco. CHI L’HA VISTO

Frascolla 6 Nonostante la giovane età è il più lucido in mezzo al campo. FRASCOLLA MA NON MOLLA

Parlacino 6,5 Prezioso il suo lavoro alla trequarti, salta sempre l’uomo ma nel momento dell’ultimo passaggio si perde. Coglie una traversa. EFFERVESCENTE

Di Rito 6 Bravo nel difendere il pallone. Lavora per la squadra, ma questa volta non riesce a timbrare. GENEROSO

De Benedictis 5 (MONTALDI s.v)Tutto fumo e niente arrosto. A volte da l’impressione di volersi driblare da solo. FARFAGGHIONE

lunedì 28 settembre 2009

La mafia è una montagna di merda!

Ieri, 27 settembre, si è svolta a Nardò una fiaccolata per ricordare le vittime di mafia. In particolare le figure di Peppino Impastato, Peppino Basile, Renata Fonte, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Un fatto inaspettato e del tutto speciale per un centro come Nardò da sempre sordo alle iniziative per sensibilizzare la cittadinanza sui temi di legalità e contrasto alle mafie.
L'evento è stato organizzato da alcuni giovani che ancora non anno una chiara appartenenza politica ma che, a quanto pare, simpatizzano per l' IDV.Il loro invito, seppur poco pubblicizzato, è stato accolto da: i giovani dell'associazione teatrale "Ardire" di Nardò, dall'associazione degli scout, dai gruppi politici di MPS- Sinistra e Libertà, da Rifondazione Comunista, dai giovani del PD e da pezzi della società civile.


La cosa più eclatante e vergognosa è stata la totale assenza delle itituzioni. Fra le autorità comunali era presente il solo Tommaso Malcangi, consigliere comunale dei socialisti, mentre la restante "marmaglia" era forse a casa intenta a gustare le partite... Eppure Nardò è la città che ha dato i natali a Renata Fonte, assassinata dalla mafia, unico assessore comunale donna della storia repubblicana ammazzato per mano terroristica.
E' probabile oggi che sia più vivo il suo insegnamento fra i giovani di questa città che fra gli amministratori legati da interessi di poltrone e da comitati di affari ma certamente poco inclini a rispettare valori come legalità, giustizia e contrasto alla mafia.
Il corteo autorizzato partendo da via XX Settembre ha toccato via Duca degli Abbruzzi per poi addentrarsi nel centro storico sino a giungere al Municipio. Da qui si è inoltrato a Corso Galliano per poi ritornare a via XX Settembre.
Per questa evenienza era stato posto un palco dove si sono alternati alcuni interventi.
A lanciare un grido di allarme sulla pericolosità della infiltrazione mafiosa nelle varie amministrazioni è stato l'onorevole Zazzera di Italia dei Valori, presentato da uno degli organizzatori dell'evento William De Cupertinis (altri organizzatori Enrica Lisi e Giancarlo Fanciano). Poi è stata la volta di Claudia Raho per i Movimento per la Sinistra- Sinistra e Libertà, Antonio Pagliula per Rif. Comunista, Daniele Parisi per i Giovani Democratici e del prof. Russo, presidente dell'associazione teatrale.
Anche Sonia Alfano, esponente di spicco della formazione di Di Pietro ha recapitato un messaggio tramite facebook per ribadire che il cambiamento deve nascere dentro, nel cuore di ognuno per poter passare ai fatti e che rimanere dietro una tastiera non significa fare lotta alla mafia.
L'aspetto più incoraggiante, anche se l'itero corteo constava di circa una settantina di unità, è stato quello di scorgere fra i presenti faccie giovani.
Questa iniziativa rilancia l'attivismo delle giovani generazioni a Nardò che seppur in fermento provocano molta riluttanza nello schierarsi o nel militare per dei valori, per dei sogni o per delle idee.
Possiamo cogliere ciò come un segnale, come un punto di partenza.
Anche se la strada è tutta in salita, il protagonismo dei giovani e la loro partecipazione è l'unico trampolino di lancio per costituire una classe consapevole, capace di lottare e magari mandare a casa una classe politica incompetente e controversa come quella neritina.







Vi riportiamo un ordine del giorno del consiglio provinciale di Catania

Al presidente del consiglio provinciale di Catania
Al presidente della provincia regionale di Catania

Ordine del giorno sulla condanna del Dott. Bruno e della Dott.sa Giangiuliani

Premesso che: Il 27 febbraio 2009 la III sezione penale del tribunale di Catania ha condannato ad un anno di reclusione l’ex ragioniere generale della Provincia dott. Francesco Bruno e la coordinatrice della IV area dello stesso Ente, dott.sa Silvana Giangiuliani per il reato di abuso di ufficio;

la sentenza dimostra che la Provincia di Catania, senza aste pubbliche, provvide ad affidamenti diretti per l'acquisto di licenze e servizi informatici per un importo di 700mila euro a tre società in raggruppamento temporaneo di imprese: Sap Italia spa, Sap Italia consulting e la Brain srl di Catania.

che quest'ultima società aveva cominciato le sua attività dopo l'affidamento della fornitura e fra i soci, attraverso un'altra società, la Aretè che deteneva il 95% del capitale sociale, c'erano appunto, al 50% Bruno e Giangiuliani.

Considerato che:
il dott. Bruno e la dott.sa Giangiuliani hanno svolto le loro funzioni dirigenziale presso la provincia regionale di Catania fino a pochi mesi fa;

il dott. Bruno e la dott.sa Giangiuliani hanno causato un doppio danno alla Provincia di Catania: in primo luogo perché hanno affidato un appalto per la fornitura di servizi informatici per oltre € 700.000, senza ricorrere al pubblico incanto e quindi senza alcun ribasso d’asta rispetto all’offerta avanzata da parte dell’ente pubblico.Ed in secondo luogo perché i due alti funzionari avevano una consistente partecipazione azionaria in una delle due imprese, costituita evidentemente ad hoc, costituenti il raggruppamento temporaneo d’impresa cui è stato affidato l’appalto.

questa sentenza lede l’immagine dell’ente provincia di Catania e della gestione della cosa pubblica da parte di ex importanti esponenti dell’apparato dell’amministrazione provinciale.

Ciò premesso e considerato il consiglio provinciale, conscio della perdita economica e di immagine che tale vicenda ha provocato e ribadendo il proprio impegno nel garantire la trasparenza dell’amministrazione pubblica e la condanna di ogni atto amministrativo illecito, fa voti affinché:

la provincia avvii un’azione risarcitoria nei confronti del dott. Francesco Bruno e della Dott.sa Silvana Giangiuliani perché, affidando l’appalto direttamente all’impresa ed evitando così il pubblico incanto, hanno impedito ogni ribasso d’asta, innalzando artificiosamente il costo di un servizio altrimenti meno oneroso per l’ente appaltatore.

«Mio fratello Peppino e gli sfregi quotidiani alla lotta antimafia»


Un gesto politico». Giovanni Impastato legge così lo sradicamento dell’ulivo piantato a Ponteranica (Bg) in memoria del fratello Peppino, vittima simbolo della mafia come raccontato nel film «I cento Passi». Chi l’ha compiuto ha lasciato un biglietto in dialetto, «qui ci voglio un pino », la notte prima del corteo con cui sabato oltre 7 mila persone hannoprotestato per la decisione del sindaco leghista di rimuovere la targa della biblioteca dedicata a Peppino. «Quello del primo cittadino è stato un atto mafioso», accusa Giovanni. Racconta dei microfoni spia messi a due sostenitori del Comitato Impastato e avverte: «Con questo governo la cultura dell’antimafia è a rischio ». Si aspettava quest’ultimo gesto? «C’erano stati dei segnali: stamattina a Ponteranica abbiamo denunciato il ritrovamento di una cimice nell’auto di Gaspare D’Angelo, del Comitato Impastato sul territorio, una prima cimice l’aveva scoperta in casa Vanni Cassis:: con loro abbiamo organizzato la manifestazione di sabato. I carabinieri dicono che sono microfoni spia. Poi c’è lo sradicamento dell’ulivo:uno sfregio aperto. Nell’insieme, segnali inquietanti». Qual è il messaggio? «Si fa capire che l’ulivo - albero mediterraneo - non deve invadere questo territorio, come dire che Peppino Impastato è un simbolo estraneo e dunque va rimosso. Quindi sbaglia chi ha parlato di un fatto isolato: è invece un’azione che si sposa in pieno con il progetto della Lega, di discriminazione di tutte le culture “altre"». È un gesto politico ed è forte. Chi l’ha compiuto, ha capito che sabato ci si voleva opporre non solo alla rimozione della targa,mapiù in generale al progetto razzista, reazionario e fascista della Lega». Insomma è come se si dicesse: il problema mafia non ci riguarda... «Certo, ma è un atteggiamento strumentale. Ci sono documenti molto dettagliati che testimoniano della penetrazione della mafia nel nord Italia, l’associazione Libera sta curando un grosso dossier sulle confische di beni mafiosi in Lombardia.

Quanto a Ponteranica, quando il sindaco sceglie di rimuovere la targa per Peppino questo - voglio essere chiaro - non implica una sua convivenza con la mafia. Lui l’ha fatto obbedendo una logica che è quella dell’espulsione dal territorio di tutto ciò che è “estraneo” («Meglio onorare personalità locali» aveva detto, ndr). La stessa logica che fa del pacchetto sicurezza del governo una caccia ai migranti. Però...» Però? «La mafia con quello che è successo a Ponteranica c’entra, perché quello compiuto da Aldegani è un atto mafioso. Nel senso che favorisce una cultura mafiosa, nel momento in cui favorisce la cancellazione della memoria storica e insieme una cultura del consenso, del riconoscimento per la mafia. E tutto ciò è pericoloso, anche perché proprio in quella zona la mafia si sta espandendo. Quello del sindaco è un gesto che non aiuta la legalità». Mettiamo in fila alcuni fatti degli ultimi tempi. Il ministroMaroni continua arifiutarsi di sciogliere il Comune di Fondi, sospettato di infiltrazioni criminali; emergononuovi dettagli sul significato della vicinanza di Mangano, indicato come mafioso, all’attuale premier neglianni ‘70;cinque pentiti accusano il sottosegretario Cosentino di collegamenti con la camorra. La cultura anti mafia intanto viene vilipesa. È a rischio? «Sì, finchè c’è questo governo: non è un buon esempio di legalità, anzi tenta in tutti imodi di legalizzare l’illegalità. Nel paese manca ormai una cultura della legalità: non ci sono solo questi ultimi episodi, ricordiamoci della condanna a Cuffaro che non è più presidente della Regione Siciliamarimane senatore, in Parlamento poi siedono un centinaio di persone che ha conti in sospeso con la giustizia. Anche per questo sabato abbiamo manifestato, per far crescere una cultura dell’indignazione: oggi nonci si indigna più di nulla.Mase il paese si muove, si può vincere. Sono fiducioso».

da Indymedia