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mercoledì 23 settembre 2009

FRANCIA - Calais - Sgomberata la "giungla"


Come preannunciato. A poco più di tre mesi dallo smantellamento del campo di Patrasso un’altra zona di concentramento che si trova sulla stessa rotta battuta dai profughi afghani in cerca di asilo in Europa viene sgomberata e rasa al suolo. Con tutto il corollario di violenza e brutalità che queste operazioni tutte le volte comportano. Violenza e brutalità è poco. Sono azioni di guerra condotte contro chi dalla guerra è fuggito. Vanno lette insieme ai bombardamenti e alla distruzione che gli stessi governi europei hanno contribuito a portare in Afghanistan. Si abbattono sugli stessi civili inermi, come sempre “effetti collaterali”, persone che si trovano “nel posto sbagliato”, per le quali non esiste un posto che non sia sbagliato, che in nessun luogo trovano diritto di cittadinanza, di più, diritto di sopravvivenza.

La Jungle di Calais nasce da una storia complicata e ormai più che decennale. Dopo la chiusura del centro di accoglienza di Sangatte, strano esperimento di accoglienza/contenimento di migranti provenienti dalle più diverse parti del mondo, a questi ultimi non era rimasto altro luogo dove rifugiarsi.

Ad oggi, i profughi che vi “abitavano” fino a stamattina erano in maggior parte afghani.

Dopo aver attraversato l’Iran, paese in cui queste persone vengono pereseguitate e spesso rimpatriate in Afganistan, dopo avere attraversato la pericolosissima frontiera con la Turchia (dove non esiste alcuna possibilità di chiedere asilo e ai profughi è riservata la stessa sorte di imprigionamento e deportazione), i più “fortunati” di loro riescono a raggiungere Smirne e da lì, rischiando la vita in mare, le isole greche, i loro centri di detenzione, poi Atene, e Patrasso, dove fino al 14 maggio scorso esisteva l’altra zona di concentramento sgomberata nel sangue. Da Patrasso, Corinto o Igoumenitsa, comincia la fase delle traversate clandestine sulle navi dirette verso l’Italia, e qui la storia dei respingimenti di questi profughi, dai porti dell’Adriatico ancora verso la Grecia, altro paese che del diritto d’asilo fa solo carta straccia. E poi, solo per alcuni, i pochi che ce la fanno, inizia il viaggio verso la Francia, e anche lì la scoperta dell’impossibilità di rivendicare alcun diritto, la vita in altre zone di concentramento, come quelle dei giardinetti siti nel X arrondissement di Parigi, e l’inevitabile, condizionata ricerca di una fuga altrove, verso l’Inghilterra.

In Inghilterra si arriva da Calais, ancora nascondendosi e rischiando la vita dentro o sotto i tir che si imbarcano sui traghetti di linea.

L’andare avanti non è una scelta. È il risultato del fatto che in nessun luogo è possibile fermarsi.

Tutto questo sarebbe già di per sé terribile, ma a questo livello di crudeltà si aggiunge il fatto oggettivo e agghiacciante che moltissimi di questi profughi continuamente respinti, deportati, sgomberati, incarcerati, picchiati, a volte uccisi, sono bambini. Dall’Afghanistan si parte anche a dieci, dodici anni. Per sfuggire alle bombe e al reclutamento forzato dei talebani. Per sfuggire a tutto ciò che i paesi europei hanno addotto come scusa per le guerre ingiustificabili che stanno portando avanti.

Vite umane quelle perdute dai militari italiani riportati in patria con tutti gli onori, vite sub-umane quelle delle migliaia di civili afghani ovunque straziati da una geurra che per loro e solo per loro non ha confini geografici.

Lo sgombero della Jungle di Calais è solo l’ultimo di questi atti. E si inserisce anche, certamente, nel sistematico piano europeo di distruzione del diritto d’asilo. Si tratta di persone, esattamente come quelle mandate incontro alla morte o alla tortura in Libia dal governo italiano, che avrebbero ogni possibilità di chiedere e ricevere forme di protezione internazionale, di rivendicare e ottenere diritti. Persone, quindi che non potrebbero essere clandestinizzate e sfruttate, persone che “costano” invece che diventare oggetti di lucro.

Poche, pochissime, in rapporto al numero di migranti che producono ricchezza in Europa. Contro di loro, quindi, la guerra è simbolica, oltre che atrocemente reale, su più livelli incrociati.

Guardate le foto di questi uomini e di questi bambini che piangono durante lo sgombero di questa mattina mentre le uniche cose che hanno al mondo (una baracca, quattro stracci, dei quaderni) vengono distrutte. Vi troverete dentro tutta l’ipocrisia delle politiche e dei testi di legge europei e nazionali, dei proclami sui diritti umani, delle retoriche securitarie e allarmistiche sull’immigrazione, dei discorsi che inneggiano alla “nostra civiltà” e ai valori di un occidente che proprio nulla ha da insegnare.

di Alessandra Sciurba da GlobalProject

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