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lunedì 7 settembre 2009

Tettologia marxista


L’estate ci ha consegnato uno scenario delle lotte sociali nel paese probabilmente inaspettato. Oggi possiamo sostenere ironicamente di essere passati ad uno “sviluppo verticale delle vertenze”, ovvero dalle piazze e dalle strade ora si sale sui tetti, verso l’alto, da una gru al tetto della fabbrica, dal tetto del provveditorato a quello di un museo. L’esperienza della Innse a Milano ha senza dubbio segnato uno spartiacque per quelle che sono le lotte che si svilupperanno. Come tutti gli anni i movimenti si sforzano di annunciare autunni caldi, caldissimi, bollenti, fino ad esaurire gli aggettivi. La recente propensione dei metereologi a considerare l’estate con un mese in più potrebbe venir incontro a molti. Questo per dire che di autunni freddissimi ne abbiamo vissuti diversi, e negli ultimi anni solo grazie all’onda e grazie ai movimenti in difesa dei beni comuni c’e’ stata più calura o quanto meno temperature miti.Ma andiamo con ordine, in una riflessione pre-autunnale che prova a svilupparsi sulla fase e la tendenza e sull’approccio al conflitto sociale che ne deriva. La fluidità delle dinamiche della crisi ci portano a misurarci con una dinamica del tessuto sociale che invece di costruire comune si rinchiude nella risoluzione della propria personalissima condizione davanti al depauperamento globale.
Noi la crisi non la paghiamo….certo, senza dubbio…
Ma molti lavoratori (spesso anche studenti) smettono di iscriversi ai sindacati (tutti) e smettono anche di percepire loro stessi come soggetti in conflitto, vivono come normalità la rifunzionalizzazione lavorativa e la riqualificazione professionale, il precariato si tramuta in disoccupazione e lavoro nero, ed i lavoratori autonomi, principalmente legati al settore manifatturiero, si tramutano in disoccupati con l’aspettativa di esserlo per lunga durata, spesso cinquantenni e quindi espulsi dai processi produttivi, tutto questo senza un elemento che ci porti a constatare la tendenza ad una ricomposizione di classe che permetta la costruzione di una dinamica di conflitto adeguata davanti alla crisi.
Insomma, piuttosto che rappresentare l’accelerazione di un processo di trasformazione della società in termini di costruzione di comune, la crisi ed una dinamica di gestione videocratica del dominio, che ha portato ad un mutamento biopolitico del paese, ci raccontano altro. Ci parlano di un tessuto sociale incapace di opporsi ad una gestione della crisi fatta di smantellamento dello stato sociale e trasformazione/espulsione del/dal mercato del lavoro e davanti alla quale l’italiano medio si ipersoggettivizza rendendo evidente un meccanismo di sussunzione del lavoro al capitale che assume una ulteriore complessità perché avviene anche in termini biopolitici.
In sostanza viviamo in un paese di merda.
Nonostante l’onda ed i movimenti in difesa dei beni comuni, il nodo centrale delle condizioni materiali di vita e quindi i nodi legati al lavoro/reddito/welfare restano in termini di conflitto nel nostro paese poco in salute. La fase dunque ci mette davanti all’impossibilità, al momento, di costruire percorsi di trasformazione sociale che siano immediatamente incompatibili con il quadro generale che analizziamo o che siano, più semplicemente, profondamente rivoluzionari rispetto all’esistente. Davanti a ciò dobbiamo avere la capacità di riaggiornare pratiche, codici di linguaggio, modelli organizzativi del conflitto sociale e specialmente avere un’ idea differente dei termini vertenziali dello scontro sociale.
Davanti a questo scenario piombano, tra agosto e settembre, nell’ordine : i gruisti di Milano, i vigilantes capitolini, le leonesse del Sannio, ancora gli sfrattati capitolini e con in mezzo la Manuli, la Lasme, la Cnh, ecc. ecc.
Senza dubbio queste esperienze hanno avuto il merito importante di rappresentare una destrutturazione della logica di dominio del capitale: la fabbrica si chiude e si vende – no, la fabbrica la occupiamo e tu non vendi. Un paradigma semplice ma che tiene in sé un meccanismo di destrutturazione ed al tempo stesso una auto valorizzazione delle lotte che non si tramuta immediatamente in incompatibilita’. La Innse ha avuto il merito di cominciare, e anche di vincere….dicono.
Sono sempre dell’idea che sia complicato parlare di sconfitte e di vittorie.
La Innse rappresenta un modello di auto valorizzazione delle lotte importante, rappresenta la speranza per centinaia di migliaia di operai del settore manifatturiero che vedono scomparire il proprio lavoro perché l’azienda non riaprirà, oppure perché si troveranno alla fame perché finisce la C.i.g, e non ci sono ammortizzatori sociali. Ma infondo la Innse cosa ha significato? Al di là della scommessa profondamente azzeccata delle pratiche di lotta, resta da fare una considerazione di carattere vertenziale. Gli operai licenziati occupano la fabbrica e sono loro stessi a trovare un altro padrone. Al di là delle considerazioni sulla “gioia del lavorare in fabbrica”, ed anche sulla necessità di trasformazione profonda del tessuto produttivo industriale del nostro paese, nonché del sostituirsi ad un compito proprio del capitale, ma i paragoni con l’argentina Zanon sono eccessivi da questo punto di vista. Siamo ancora lontani dall’autogestione delle fabbriche e dalla costruzione di reti di cooperative autogestite capaci di essere un’anomalia affermata, come le esperienze di “bajo controlo obrero” in argentina. Lontani anni luce.
Innse no es del pueblo. Ma la Innse ci da un esempio oppure no ?
Ci racconta del conflitto sociale ai tempi della crisi e di come dobbiamo provare a cimentarci oggi nel conflitto capitale/lavoro. Quegli operai hanno costruito comune, hanno avuto la forza e la consapevolezza di cosa rappresentavano in quel momento ed hanno dato un esempio di come si possa affrontare oggi, ai tempi della crisi, il nodo delle condizioni materiali. Essere licenziati senza prospettive con un rischio altissimo di espulsione dal mercato del lavoro per i più e di perenne ed incerta riqualificazione per altri, rimanere senza reddito assoluto e senza prospettive di ammortizzatori sociali, oppure attraverso il protagonismo vero prendere in mano in termini collettivi le sorti della propria sopravvivenza senza piegarsi ad una fine triste ed inenarrabile. La Innse non ha chiuso, ha un nuovo padrone, i costi di questa operazione probabilmente ricadranno sulle condizioni di lavoro e di salario degli operai stessi, ma quel protagonismo che c’e’ stato significa mantenere aperto un terreno di conflitto, mantenere viva una resistenza, non piegarsi tout court alla logica dominante di gestione della crisi. Gli operai avranno ancora un salario.
L’andamento di quella lotta non può essere che merito degli operai stessi, della loro capacità di decisione collettiva e di autogestione. La Fiom senza dubbio ha avuto un ruolo, ma non per questo rappresenta oggi la punta avanzata del conflitto. La stessa Fiom che alla Innse è stata al fianco del protagonismo operaio, alla Lasme di Melfi fa scendere gli operai dai tetti. Giusto per intenderci. Questo ci racconta che non possiamo guardare a queste lotte a partire dalla considerazione sulle organizzazioni sindacali che vi partecipano, ma solo ed esclusivamente dalla capacità di autorganizzazione e di autonomia degli operai stessi. C’e’ da sperare, ne sono certo, nella volontà non solo della Fiom, ma anche dei sindacati di base, di investire in esperienze come queste che vedano il protagonismo vero dei lavoratori. In particolar modo i sindacati di base portano nel loro dna questa tendenza. Tutto questo, che è volontà in potenza, deve però sempre misurarsi con il reale radicamento dei soggetti sindacali in questione. La stessa crisi delle organizzazioni sindacali tutte, potrebbe essere superata in avanti da un tale protagonismo. Perché, infatti, dalla Innse si sono poi sviluppate con le stesse pratiche altre lotte. La Manuli e la Lasme senza dubbio, ma anche i precari della scuola che a Benevento occupano il tetto del provveditorato ad oltranza e che rappresentano un settore sociale e lavorativo diverso dal mondo operaio, ed è proprio per questo che oggi le lotte dei precari della scuola possono contribuire ulteriormente a quella tendenza alla ricomposizione di classe che tutti auspichiamo. Ma anche qui dobbiamo guardare alla Innse per capire che 57 mila precari senza incarico, davvero come dicono i sindacati di base il più grande licenziamento di massa, dovranno misurarsi con la stessa dinamica avuta alla Innse. Non hanno bisogno di un nuovo padrone, ma di reddito o salario che venga garantito attraverso una serie di misure che siano il più durature possibile. In questo modo potremmo parlare di generalizzazione delle pratiche, di spinta positiva delle lotte sociali, di consolidamento di una resistenza sociale dal basso, ed anche di una nuova militanza che bisognerebbe mettere a valore.
In questo scenario quindi, senza dubbio non stiamo parlando della trasformazione definitiva e completa dell’esistente…ci mancherebbe, ma stiamo parlando dello sviluppo di lotte che passano per un protagonismo sociale vero e che vertenzialmente portano qualcosa a casa, ed in questo il segno è positivo. Inoltre la diffusione delle pratiche, l’occupazione, il blocco, il salire sui tetti, rappresenta di per sé una costruzione di comune tra segmenti diversi della moltitudine, ed è questo un altro segno positivo.
Davanti a questo quadro non lo so se dobbiamo ripetere la solita prosopopea di aggettivi per descrivere l’autunno, ma senza dubbio c’è qualcosa di interessante che si muove.
Il patchworking, ovvero il mettere insieme i pezzi, è una delle priorità dei movimenti oggi. Rispetto a questo duro e complesso lavoro sociale e politico, ognuno fa anche i conti con la propria inadeguatezza. Viene semplice per l’Onda, fortunatamente, provare a costruire un terreno di lotta comune con i precari della scuola, seppur tenendo conto delle “temperature” diverse che ci sono in questo preciso periodo, ma la sfida è costruire comune in maniera molto più ampia. Se è vero come detto che esiste una crisi complessiva della forma sindacato che investe tutti, dai confederali a quelli di base, ovviamente caratterizzati da una prefigurazione di via d’uscita diversa dai primi, è pur vero che il resto delle strutture di movimento, a cominciare dai presidi territoriali rappresentati dai centri sociali, devono fare i conti con la loro composizione e con la loro capacità di stare dentro i termini del conflitto di cui stiamo parlando e dei suoi nodi centrali. Nonostante ciò, proprio perché l’Onda ed i movimenti in difesa dei beni comuni hanno prodotto tanto, sia in termini di soggettività sia in termini di trasformazione dei territori politici, oggi più che mai è necessario consolidare queste posizioni per provare ad avere un ruolo proprio in quel percorso di ricomposizione descritto prima.
E lo stesso vale per i centri sociali attraversati più che mai da questi movimenti.
Fermo restando che la fluidità della moltitudine ci consente di conoscere la lotta alla precarietà, la lotta per i beni comuni, per la formazione e per la casa spesso nello stesso luogo politico e nello stesso territorio.

di Antonio Musella da GlobalProject

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