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domenica 20 settembre 2009

Un milite ignoto

In un torrido scompartimento di una notte di luglio, su un treno che cigolando lungo la riviera tirrenica collega la Calabria a Roma, m’è capitato di chiacchierare con un giovane emigrato della guerra. Il pendolare in mimetica era stanco. Non ne poteva più di fare su e giù, di percorrere ogni settimana la strada ferrata che dalla caserma di Roma conduce alla sua casa della periferia di Reggio Calabria, dove vivono moglie e figlia. Per questo, non ci ha messo molto a rinunciare alla mascella volitiva e alla retorica neopatriottarda e a raccontare di cosa gli tocca fare per campare e pagare un mutuo. Come andare in missione all’estero. E non potersi rifiutare di andare in Afghanistan. Com’è la situazione là? «Noi non ci capiamo niente – ha detto il milite ignoto – Ma sappiamo tutti benissimo, dal più alto in grado all’ultimo arrivato, che non caveremo un ragno dal buco».
E’ abbastanza disperante che le uniche voci dello schieramento parlamentare a favore della «exit strategy» dal vicolo cieco afghano vengano da destra. Il ragionamento di Bossi è tutt’altro che pacifista, è in linea con le posizioni xenofobe del suo partito: «E’ inutile esportare democrazia a questa gente». Berlusconi è tentato di assecondare i sondaggi [l’ampia maggioranza del paese è contraria all’intervento] e richiamare i «ragazzi» a casa, magari anche con un bello show strappalacrime condotto da Paola Perego. Fini invece, si conferma come il prescelto dalla diplomazia Usa per rompere le scatole all’amico di Putin [quello del lettone] e fa asse col filo-atlantico Napolitano e con il Pd. Sono le piccole ragioni politiciste di chi analizza le mappe militari irachene col bilancino della guerra fredda nella maggioranza. Ci vorrebbe un bel movimento contro la guerra, che non perde di vista lo scenario globale e dentro quel contesto ridisegna un altro mondo. Forse persino il milite ignoto capirebbe le sue ragioni.

di Giuliano Santoro da Carta

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