HOME       BLOG    VIDEO    EVENTI    GLI INVISIBILI    MUSICA    LIBRI    POLITICA LOCALE    POST PIU' COMMENTATI

sabato 31 ottobre 2009

VENDOLA «In Puglia apriamo all'Udc. Se resto io non sarà trasformismo»

di Daniela Preziosi da Il Manifesto del 27 ottobre 2009
«Facciamo asse sul lavoro Così riparte l'alleanza»
Presidente Vendola, il neosegretario Bersani ha parlato del suo Pd come di un partito «d'alternativa» non solo d'opposizione. È il calcio di avvio delle nuove alleanze?

Le primarie sono state uno straordinario fatto democratico. Hanno espresso, in forma forse persino disperata, un bisogno di contare, di essere protagonisti, di condividere l'uscita dal tunnel in cui la sinistra è prigioniera. E ora Pierluigi usa la parola 'alternativa'. Una parola bella, importante. Significa che non dobbiamo più vivere una coazione al governo in cui si alternano ceti politici come variazioni dello stesso tema. Quindi, ora che si è chiusa la vicenda congressuale Pd, propongo a Pierluigi di fare un passo avanti.

Che passo?
Ho telefonato a Bersani. E gli ho fatto una proposta: uniamo tutte le forze di opposizione in una grande mobilitazione nazionale a difesa del mondo del lavoro. Siamo in un paese che sta oggi scoprendo la sua crisi, che fin qui era stata sottovalutata. La lotta alla precarietà è un terreno importante per costruire l'alternativa, un terreno di nuova egemonia, visto che ormai la critica alla precarietà è un dato universalmente accettato. Ora si tratta di tradurre questa critica in una piattaforma politica comune. E poi, dinanzi alla scadenza dei rinnovi contrattuali, dobbiamo chiedere tutti insieme che i contratti siano validati dal voto dei lavoratori e delle lavoratrici, per una ragione di igiene sociale e democratica. Questi sono due cardini su cui ricostruire le coordinate generali della sinistra.

Proposta rivolta anche al Prc?
Certo. Misurarci tra di noi sulla base delle nostre opzioni ideologiche è inutile e noioso. Dobbiamo misurarci avendo come metro la realtà.

Quindi, Sinistra e libertà non si iscrive al Pd, neanche a quello di Bersani.
No, no. Il Pd non ha ancora svelato la sua natura. E i temi che ci hanno diviso fin qui non sono ancora alle nostre spalle. In tutta Europa si consuma la sconfitta, a volte catastrofica, di un trentennio del moderatismo di sinistra, del liberismo temperato.

Bersani è un esponente del liberismo temperato?
Pierluigi è il riformista emiliano per antomasia. Di quella storia conserva l'idea dell'autorevolezza della politica. Quello che mi piace di lui è che ha conoscenza degli oggetti della politica. Oggi la contesa pubblica è fatta di fiction, di Porta a Porta, dove trovi due che si scannano su cose di cui non sanno niente. Lui invece è uno che ha una conoscenza reale dei fenomeni sociali e del mondo del lavoro. Quanto al moderatismo di sinistra, lei parla di un leader, io parlo di tutta una storia: della passione per le privatizzazioni, per la flessibilità, per una certa idea della crisi. Oggi guardiamo avanti, ma i punti di differenza restano, ed è bene che ci siano protagonisti a sinistra del Pd.

Dopo l'elezione del segretario Pd in Puglia, Sergio Blasi, cercherete di fare una nuova coalizione con l'Udc in regione, per poi applicare quel modello su scala nazionale?
I tre candidati alla segreteria del Pd pugliese sono tutti espressione di una nuova classe dirigente: Michele Emiliano, il sindaco di Bari con la sua capacità di sparigliare la politica, il mio assessore alla trasparenza Guglielmo Minervini e Blasi, l'amato sindaco della taranta di Melpignano. Chiedono tutti e tre la mia conferma. Io condivido con tutti loro un'idea di costruzione dell'alleanza: quella che tiene al centro la difesa del mezzogiorno, della democrazia e lo sviluppo della nostra esperienza peculiare: fare della Puglia un luogo in cui l'intreccio fra i diritti di libertà, i diritti sociali e quelli umani è la cifra del governo.

La condizione dell'accordo nazionale è la sua riconferma in Puglia?
Intanto dobbiamo aprire un dibattito su quale Puglia vogliamo. Le alleanze non si fanno 'a prescindere'. Per quanto mi riguarda: il meridionalismo, la questione democratica e quella morale. Se si allarga la geografia dell'alleanza bisogna evitare che qualunque mutamento possa tradursi in un'operazione trasformistica. Quindi, scopriamo le carte. Io dico: acqua pubblica, una riorganizzazione sanitaria che punti sulla centralità del territorio, un'idea di politiche giovanili che ci ha fatto diventare un'avanguardia in Europa. E continuazione della stagione delle energie rinnovabili.

Da parte dell'Udc una delle carte per entrare in coalizione con il centrosinistra era: fuori Vendola. È caduta questa pregiudiziale?
Non so, chieda a loro. Certo, la cultura del veto a me sembra inaccettabile.

Crede che il Pd non la accetterà, rischiando di perdere la regione?
Non lo so. Ma direi che il processo politico per definire l'alleanza, il programma e il candidato presidente comincia oggi. Molte delle questioni sollevate fin qui appartenevano alla battaglia interna del Pd. Ovviamente, resta che io sono diventato candidato e poi presidente attraverso le primarie. Quindi ora ci sono solo due strade: o confermano me, o si torna alle primarie.

Nel qual caso lei si candiderebbe comunque.
Certo. Ma sono convinto che non ci sarà bisogno di arrivare a tanto.


di Andrea Fabozzi
FERRERO «Bene se rompe il bipolarismo»
«Al governo insieme? Sarebbe un inganno»
Anche Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, ha fatto gli auguri a Bersani «ci mancherebbe, abbiamo un ottimo rapporto personale» ma più in là non va. Da questa parte della sinistra «extraparlamentare» non ci si aspettano grandi novità nel rapporto con il Pd. Opposizione comune al governo sì - ma proprio oggi Ferrero presenta una manifestazione di Prc e Comunisti italiani con Di Pietro - alleanza per il governo no.

Segretario Ferrero, cosa cambia per voi con l'elezione di Bersani?
La cosa principale è l'uscita dal veltronismo, inteso come autosufficienza del partito democratico. Un'idea che si teneva insieme con il tentativo di cancellare della sinistra attraverso le soglie di sbarramento e il voto utile. In secondo luogo da parte di Bersani mi pare che ci sia un'attenzione maggiore al quadro sociale.

Lo dice per il riferimento che ha fatto all'«alternativa»?
Al momento è solo uno slogan diverso, vedremo cosa c'è dentro e se qualcosa cambierà sul serio. Io me lo auguro, ma il fatto che Bersani non eluda la questione sociale non vuol necessariamente dire che saprà proporre risposte di sinistra. Perché si tratta non solo di andare contro le politiche di Berlusconi ma anche quelle di Confindustria. Su questioni come la redistribuzione del reddito e l'intervento dello stato nell'economia. Ci confronteremo ma resto prudente. La vera novità è quella sul sistema politico, la fine della «vocazione maggioritaria».

Che però faceva il paio con la vostra scelta, da sinistra, di rompere con il Pd. È tempo di rivedere anche questa posizione?
No, io penso che il problema più urgente sia superare il bipolarismo così com'è. Altrimenti l'alternativa che ci viene posta è sempre quella tra il voto utile e l'andare al governo con Mastella. Bersani mi sembra disponibile ad andare oltre questo bipolarismo chiuso che è poi il terreno di crescita del berlusconismo e insieme l'arma di distruzione della sinistra. Col bipolarismo non si sposta niente, le lotte sociali non incidono. La Cgil ha fatto i suoi scioperi ma nulla si è mosso.

Al momento Bersani si limita a riaprire le porte a un'alleanza a sinistra, nel quadro dell'alternanza centrosinistra-centrodestra.
E noi confermiamo che non ci sono le condizioni per fare un accordo di governo con questo centrosinistra. E che siamo ovviamente interessati a costruire un'alleanza per battere Berlusconi, ma non per riprodurre lo schema bipolare.

Non teme l'isolamento nel momento in cui Sinistra e Libertà è più disponibile a cercare un accordo?
Non si possono fare pasticci. Non si può firmare un accordo di governo e poi scoprire che sulle liberalizzazioni la pensiamo in modo opposto, che sulla guerra in Afghanistan non siamo d'accordo per niente. Vedo lo spazio di un discorso comune per battere Berlusconi, ma in questo contesto gli elementi di unità sono tutti da cercare.

Va a finire che proprio l'elezione di Bersani scaverà un solco tra voi e Sinistra e Libertà. Vi eravate mandati messaggi concilianti negli ultimi tempi, il rapporto col Pd può far crollare tutto?
Chi oggi vede lo spazio per alleanze di governo non si capisce perché non si sia alleato con il Pd già nel 2008. È sbagliato immaginare adesso tranquillamente un accordo con il Pd senza valutare cosa è successo col governo Prodi. Chi lo fa ha un'altra linea politica: si pone come una corrente esterna del Pd. È legittimo ma è un'altra cosa. Il discorso è però prematuro, questo è il momento di mandare a casa Berlusconi con un'opposizione comune.

Anche con l'Udc?
Più larga meglio è, ma sempre sui contenuti. Bisogna passare da una discussione tutta sulla moralità del premier alle questioni economiche e sociali.

Non vi sarà indifferente la possibilità che dal Pd si scindano teodem e rutelliani.
Il fatto che se ne vada qualcuno non sposta automaticamente a sinistra quelli che restano. Io nei due anni di governo Prodi non ho litigato solo con Mastella ma con tutto il resto del governo sulle politiche economiche, sulla guerra e le grandi opere. Per questo considero poco serio fare finta di non vedere quei nodi politici che abbiamo già incontrato soltanto perché Bersani viene da una storia più di sinistra di Franceschini. Altrimenti riproduciamo lo stesso schema: ogni dieci anni facciamo un governo che alla prova dei fatti non reggiamo.

Universita': la riforma e' solo una favola

di Nicola Tranfaglia - 30 ottobre 2009
Il meccanismo che governa le nuove leggi del governo Berlusconi risponde a obbiettivi che sono sempre gli stessi.
Ottenere dai mezzi di comunicazione (in gran parte asserviti o intimiditi) un giudizio positivo, su quello che si propone in parlamento, sicuri di una maggioranza che conta cento deputati in più alla Camera e più di cinquanta al Senato.
Quindi mostrare soltanto gli aspetti che possono apparire accettabili a tutti quelli, come chi scrive, hanno sempre sognato un’università che assomigli a quelle che nel mondo occidentale,
dagli Stati Uniti alla Germania, dalla Svezia alla Gran Bretagna, cioè istituzioni aperte agli studenti, razionalmente organizzate, prive delle vecchie baronie universitarie proprie del nostro paese. Così la Gelmini parla di merito, di premio alle università virtuose e castigo per quelle che virtuose non sono, di ricercatori che, se non producono entro un certo tempo, cambiano amministrazione e così via.
Ma i casi sono due: o il governo attuale fornisce i fondi necessari per una riforma che osservi quello che c’è negli altri paesi europei e cioè accresce e di molto gli attuali stanziamenti per tutto il settore dell’istruzione (che soltanto ieri ha registrato il licenziamento di 135 mila precari, insegnanti e salariati della scuola, e per la ricerca che ormai è collocata agli ultimi posti della classifica europea) o i criteri indicati non mutano la situazione attuale e si collocano in una sfera astratta che ha altri obbiettivi concreti.
In mancanza di risorse dello Stato, notizia conclamata anche ieri dal ministro Tremonti, l’obbiettivo fondamentale è quello di tagliare in ogni settore dell’università italiana. Stabilendo che nelle Università pubbliche con più di 3mila docenti (Roma e Napoli) ci siano soltanto 12 Facoltà e nelle altre, le Facoltà non superino il numero magico di 6. C’è il proposito di cedere ai privati gli Atenei che non godano delle risorse assai scarse dello Stato alle condizioni fissate dalle medesime università.
Quanto al reclutamento dei docenti si prevede che ci sia un’abilitazione nazionale seguita dalla chiamata delle università locali. E qui già il ministro dimostra di non conoscere l’università italiana nella quale, oggi come oggi, è quasi impossibile trasferirsi dall’uno all’altro ateneo per il peso determinante che hanno le singole scuole e i baroni dominanti.
Quelli che hanno a cuore la qualità dell’insegnamento e della ricerca sono purtroppo una minoranza neppure troppo grande. Sicché il rischio è che molti abbiano l’abilitazione e non siano mai chiamati o al contrario che non si neghi l’abilitazione a nessuno.
Naturalmente il peggio spetta ai ricercatori che non hanno lo stato giuridico di terza fascia, pur svolgendo in molte situazioni la maggior parte della didattica e la possibilità di entrare in una situazione di risorse decrescenti è una favola come quelle che la Gelmini dice di voler raccontare al Maurizio Costanzo Show.

Tratto da: l’Unità
da AntimafiaDuemila

Don Ciotti: ''Vicini alla famiglia di Stefano Cucchi. Ripensare a sistema carcerario''

Roma. «In questi giorni difficili siamo vicini alla famiglia di Stefano Cucchi» dice don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera.
«La sua è una morte che non solo chiede verità, ma che impone a tutti una riflessione vera sulle implicazioni penali di certe norme di legge e sulle politiche carcerarie del nostro paese». Politiche che è necessario ripensare perché così come sono penalizzano l’intero mondo carcerario:«Le carceri non possono essere luogo di degradazione, contesti sovraffollati e fatiscenti dove la dignità e i diritti delle persone detenute e di chi ci lavora con grande impegno – agenti, educatori, insegnanti, personale medico, cappellani, volontari – vengono calpestati. Spazi destinati in massima parte ai poveri cristi: immigrati e tossicodipendenti», commenta il presidente del Gruppo Abele. «Nessuno vuole mettere in discussione il principio di responsabilità penale. Chi infrange la legge è giusto che paghi le conseguenze, anche se non va dimenticato che spesso abbiamo leggi a doppio registro, forti coi deboli e deboli coi forti. In nessun caso però la pena deve essere afflittiva, non deve dare alla privazione della libertà il sapore della sopraffazione. E’ il dettato della Costituzione a stabilirlo, nell’interesse di tutti: vittime e detenuti, personale carcerario e società intera».
Aggiunge don Ciotti: «Un carcere umano, capace di coniugare la pena con l’attenzione della persona, è un carcere che non riproduce e moltiplica la violenza ma permette a chi ha sbagliato di ricredersi e di risarcire materialmente e moralmente il danno e le ferite prodotte. C’è una legge nata da questa idea lungimirante di diritto, la Gozzini, poco o per nulla applicata. E non può essere una soluzione, come di recente prospettato, la costruzione di nuovi penitenziari. In una deriva dove i problemi sociali sono affrontati sempre più in un’ottica repressiva, più carceri significa semplicemente più detenzione».
«E’ necessaria una netta inversione di tendenza», conclude il presidente del Gruppo Abele. «Questo ci chiedono Stefano, Marcello, Federico, come i tanti, troppi casi di suicidio avvenuti nei nostri istituti penali. Percorrere una strada diversa, fatta di politiche sociali, di opportunità di lavoro, di reinserimento, di dignità. Nel segno di un diritto giusto e non afflittivo. Diritto che usa la pena per includere, riconoscere, responsabilizzare, che sa conciliare rispetto delle regole e attenzione alla persona».

Tratto da: facebook.com
da AntimafiaDuemila

INCIVILTA'

Ogni giorno assistiamo impotenti ad una nuova aggressione verso coppie omosessuali o verso persone omosessuali tali o presunte.
Mentre nella vicina e cattolica Spagna il Gov. Zapatero ha preso atto di una realtà sociale, facendo un passo in avanti enorme nella civiltà, da noi si assiste ad una netta regressione. La paura e il sospetto per il “diverso” alimentati da questo governo, perfettamente si incastrano con la mentalità dei nostri luoghi cioè con la nostra subcultura. Ma come si può tentare di cambiare per fare un passo avanti? Di chi è principalmente la responsabilità? Secondo me di tutti quelli che non si indignano, che non si arrabbiano ogni giorno e che si chiudono in omertoso silenzio per indifferenza o per essere accettati dai più.
Di tutti quelli, altresì, che non insegnano e non spiegano ogni giorno ai propri figli in che cosa consiste il rispetto e il valore dell’altra persona, il valore della libertà individuale e il suo confine, il rifiuto per ogni forma di violenza e di aggressione (mezzi facili ed ipocriti). Un’altra responsabilità poi, è da imputarsi alla religione, bisognerebbe cioè combattere tutti i messaggi maschilisti bigotti e punitivi di cui trasuda, che ci hanno inculcato e che molti tramandano ancora ai propri figli. “Aiuto, stiamo sprofondando nella barbarie!!! SVEGLIAMOCI!!! I sentimenti non hanno sesso, l’amore non ha sesso…

Antonella

In nome della Paura



Stefano Cucchi ucciso dalla volontà politica di distruggere il diverso nella metropoli delle aggressioni e degli scandali

di Luca Blasi
Stefano viene arrestato per 20 grammi di sostanze stupefacenti.

Un altro "tossico solo ed emarginato", un'altra figura abituale della tabella (a breve ufficiale) dei "diversi che fanno paura". Questo avranno pensato forse gli agenti del carcere di Regina Coeli quando lo hanno visto entrare nella prima stanza in cima alla scaletta, quella del primo impatto col carcere; generalità, impronte e l'incubo inizia.

Stefano viene arrestato e processato; nell'aula del tribunale i familiari si accorgono che ha già qualche livido. Il processo per direttissima inspiegabilmente va male; perchè un ragazzo incensurato (con qualche carico pendente) con una modesta quantità di sostanze non viene rilasciato e neanche gli vengono concesse le misure alternative al carcere? Perchè pochi mesi prima chi aveva quasi ammazzato un ragazzo al GayVillage il giorno dopo era a piede libero?

Stefano viene arrestato e processato; nell'aula del tribunale i familiari si accorgono che ha già qualche livido. Il processo per direttissima inspiegabilmente va male; perchè un ragazzo incensurato (con qualche carico pendente) con una modesta quantità di sostanze non viene rilasciato e neanche gli vengono concesse le misure alternative al carcere? Perchè pochi mesi prima chi aveva quasi ammazzato un ragazzo al GayVillage il giorno dopo era a piede libero?

Stefano muore pochi giorni dopo nel Reparto Penitenziario dell'Ospedale Sandro Pertini, un pezzo di ospedale pubblico sotto regime carcerario dove non si entra se un magistrato non ti autorizza. I familiari di Stefano, che per due giorni hanno atteso la possibilità di visitarlo durante il ricovero, strappano alle autorità un ultimo sguardo al volto prima dell'autopsia e del funerale.

Il volto è tumefatto, un occhio non è dove naturalmente dovrebbe essere, lividi ed escoriazioni.

Stefano non si è fatto male da solo e questa è una verità. Stefano è passato per il centro di identificazione di Tor Sapienza. Un non-luogo della repressione dove chiunque c'è finito racconta di ore in stanze orrende con muri sudici di sangue e vomito, senza la possibilità di bere o andare al bagno. Da anni i movimenti cittadini chiedono la chiusura di quel posto. Questa è un'altra verità.

L'altra verità è che la morte di Stefano purtroppo si inserisce nel tessuto modificato della metropoli e del paese. Forse nella testa qualcuno/a arriverà a capire che questa ennessima tragedia si lega a tanto altro.

Si lega alla morte di Nabruka, una giovane donna somala, che quest'estate è "stata suicidata" nel Cie di Ponte Galeria dopo che la dignità e la libertà le erano state tolte.

Si lega alle aggressioni istituzionali e non, dalla guardia di finanza che rastrella la comunità nigeriana del Pigneto alla nuova moda popolare di aggredire gli omosessuali.

Si lega alle legge Fini sulle droghe, grazie alla quale da consumatori siamo diventati tutti pericolosi spacciatori; fanno sorridere,oggi, i propositi di una intera classe politica che proclama una crociata "contro la droga e per la famiglia" tra vescovi, escort e cocaina.

Si lega ad Aldo Bianzino, ad Aldro, fino a Nikki arrestato da incesurato a 26 anni per sospetti crimini informatici e sbattuto in un carcere di massima sicurezza. In isolamento. E da solo morto. E ancora non si sa niente.

Le metropoli, diffuse o concentrate, vedono in aumento la costante della Paura. Paura tangibile, che la rassegnazione o l'ignoranza possono facilmente trasformare in catastrofi naturali contro cui non si può niente. Non è così. E' pensata, organizzata e agita questa Paura.

E' passata nelle aule dei tribunali quando si sentenziava sul G8 di Genova. Perchè se brucio una macchina o spacco una vetrina vengo condannato a 15 anni di carcere e l'agente Luigi Spaccarotella che ammazza Gabriele Sandri con una arma da fuoco se ne becca 6. E non la vedrà mai una cella.

In nome della Paura non si processano le ististuzioni, servono tutte anche quelle che "esagerano".

La crisi incombe. Comportamenti minoritari possono diventire contagiosi, di massa, replicabili.

La paura è un buon antidoto.

PRIMA



DOPO

Stefano Cucchi: Fiore si appropria del caso e attacca La Russa

CASO CUCCHI: FIORE (FN), LA RUSSA HA DONO ONNISCENZA
''Le circostanze della morte di Stefano Cucchi devono essere chiarite immediatamente. Questa e' una ulteriore riprova di come lo stato italiano sia endemicamente molto debole: e' debolissimo contro tutti coloro che hanno atteggiamenti e comportamenti violenti, ed e' violento ed accanito contro i poveri disgraziati. Non e' affatto giusto continuare a far finta di nulla, tollerare all'infinito le ingiustizie e le prepotenze di stato.Vogliamo la verita'''.

lO afferma il Segretario di Forza Nuova Roberto Fiore che aggiunge:''Le parole del Ministro La Russa sono inquietanti: o ha il dono dell'onniscienza, o ha perso una buona occasione per tacere''.

da Indymedia

Ora lo Stato punisce i comuni antimafia

di *Vito Lo Monaco - 30 ottobre 2009
A gli enti locali, e probabilmente anche alle associazioni antiracket e antimafia, costituitisi parti civili nei processi di mafia saranno riconosciute solo le spese processuali senza altro risarcimento per il danno subito dalle attività mafiose.

L´ha stabilito il ministero della Giustizia applicando la norma contenuta nel decreto sicurezza approvato nel luglio scorso. La prima vittima segnalata è il comune di Bagheria che non riceverà i 3 milioni di euro stabiliti dal giudice quale risarcimento e che gli amministratori avevano intenzione di destinare ad attività antiracket e al riuso sociale di beni confiscati.

È un ulteriore esempio dell´antimafia "flessibile" del governo Berlusconi : decisa e larga a parole, stretta, quasi ostile, nei fatti e nelle sue azioni.
Infatti, col governo Berlusconi una parte significativa dei capitali confiscati alle mafie sono state dirottate nel calderone del bilancio generale dello Stato, riducendo così la quota da destinare alle cooperative sociali assegnatarie dei beni confiscati, alle Procure nei cui territori sono stati maggiormente perseguiti i mafiosi e alle forze di polizia.
È un modo quasi esplicito per dire agli enti locali e alle associazioni antimafia di non costituirsi parte civile e di mortificare l´attivismo repressivo. Naturalmente il Centro Pio La Torre e le altre associazioni persevereranno nella loro costituzione di parte civile. Sono sicuro che altrettanto faranno tutte le amministrazioni locali rette da democratici coerentemente antimafiosi, non solo perché obbligati da una legge regionale, ma perché impegnati dal loro ruolo storico e morale a contrastare la mafia e ogni suo legame con la politica, l´economia e la società.
Chiediamo la modifica dell´orientamento negativo manifestato sul risarcimento alle parti civili dal Governo. Esso ha una valenza più generale: ne ridiscutano il Parlamento, le silenti commissioni antimafie nazionali e regionali, i partiti.
I risarcimenti alle vittime e agli enti locali sono stati disciplinati dopo molti anni l´approvazione Rognoni-La Torre (settembre 1982) e ha segnato l´evoluzione positiva dell´impegno dello Stato nel contrasto alle mafie, riconoscendo esplicitamente il danno sociale e morale procurato dalle loro attività criminose. Ciò ha allargato il fossato tra la società civile e la criminalità organizzata.
Il Governo, riducendo la conquista civile dei risarcimenti alle vittime a una mera questione monetaria, indebolisce l´azione di contrasto dello Stato e accresce l´area di scetticismo della società civile. Inoltre non supportando adeguatamente la costituzione di parte civile degli enti locali e delle associazioni antimafia tende a non riconoscere il valore storico dell´antimafia popolare e sociale che è riuscita a isolare la mafia e a conseguire l´obbiettivo di impegnare in senso antimafia non solo le amministrazioni locali più esposte come Gela, Bagheria, ma anche tante altre, sino a rendere matura la legge regionale che obbliga gli enti locali a costituirsi parte civile.
L´antimafia per ogni governante e amministratore è impegno etico che sarà disatteso se non è sostenuto da una coerente volontà politica.

* Presidente del Centro studi "Pio La Torre"
da Indymedia

Liberi dalle scorie: Al Presidente del Consiglio dei Ministri On. Silvio Berlusconi

Negli ultimi mesi in Calabria è stata accertata la presenza di scorie di diversa natura ed in particolare:
- a 14 miglia dalla costa di Cetraro, il relitto di un mercantile che gli inquirenti ritengono essere il Cunsky, con un carico di 120 fusti contenenti presumibilmente rifiuti radioattivi;
- in agro di Aiello Calabro è stata rilevata la presenza nel terreno di possibili radionuclidi artificiali;
- a Crotone sono stati utilizzati materiali fortemente radioattivi per la costruzione di numerosi edifici pubblici e anche di scuole, nelle quali è stato già accertato un livello di contaminazione tra i bambini. Il Governo non può accettare che sia messa così in pericolo la salute di migliaia e migliaia di calabresi.
Pertanto noi firmatari della presente petizione chiediamo al Governo di intervenire con la massima urgenza per:
1) verificare il contenuto della stiva del relitto al largo di Cetraro, recuperando i fusti con i rifiuti radioattivi e procedendo alla messa in sicurezza del tratto di mare interessato;
2) verificare la presenza delle altre "navi a perdere" nel Mediterraneo, così come indicate dal pentito Fonti ed eventualmente da altri filoni d'indagine;
3) verificare la presenza di radionuclidi artificiali nel territorio di Serra d’Aiello e Aiello Calabro, in particolar modo alla foce del fiume Oliva, mettendo in sicurezza il sito;
4) provvedere alla bonifica degli edifici contaminati di Crotone;
5) chiarire se esiste una relazione tra l’aumento di patologie tumorali e l'eventuale presenza di rifiuti nucleari o tossici in alcune zone della Calabria ed agire immediatamente per garantire la salute degli abitanti di quelle aree;
6) chiarire tutte le responsabilità, anche quelle di eventuali apparati deviati dello Stato, e fornire pieno supporto all’azione della magistratura.

http://www.articolo21.org/
da Indymedia

Honduras, Micheletti accetta il ritorno al potere di Zelaya

Grazie anche alle pressioni degli Stati Uniti, giovedì si è giunti a un accordo per risolvere la situazione in Honduras. Roberto Micheletti, che aveva preso il potere dopo il colpo di stato del 16 giugno, ha firmato l’accordo che restituisce la presidenza a Manuel Zelaya, da lui deposto ed esiliato quattro mesi fa. L’accordo prevede anche un governo di riconciliazione nazionale e la conferma delle elezioni presidenziali del 29 novembre. Inoltre saranno istituite due commissioni: una verificherà che siano realizzati tutti i punti dell’accordo e una indagherà su cosa è successo durante e dopo il colpo di stato. Infine sono richiesti osservatori delle Nazioni Unite per le elezioni presidenziali.–La Vanguardia, Spagna

***

Criminale di guerra ruandese condannato all’ergastolo in Canada.

Désiré Munyaneza è stato condannato all’ergastolo da un tribunale canadese, con l’impossibilità di chiedere la libertà condizionata per almeno 25 anni. È la pena più grave che possa essere assegnata in Canada. Munyaneza era arrivato nel paese con la speranza di chiedere asilo politico, ma la sua richiesta era stata rifiutata e nel 2005 era stato arrestato con l’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità. Durante il massacro del 1994, secondo vari testimoni Munyaneza avrebbe guidato una squadra di assassini e stupratori hutu.–The Globe and Mail, Canada

***

La Francia tratta i migranti minorenni come clandestini adulti.

I minori stranieri soli che atterranno all’aeroporto Charles De Gaulle di Parigi vengono trattati come se fossero adulti: sono trattenuti in “zone d’attesa” dove possono essere sottoposti a un regime giudiziario che non è lo stesso dalla Francia. Il rapporto dell’associazione Human Rights Watch presenta molte testimonianze, raccontando storie di bambini che sono stati rimpatriati senza accertarsi che arrivassero in paesi sicuri o almeno tornassero dalle loro famiglie.–Libération, Francia

***

L’Ue vuole aiutare i paesi poveri a combattere i cambiamenti climatici.

Il consiglio europeo ha deciso di presentare al summit sul clima di Copenaghen un piano di aiuto ai paesi in via di sviluppo per la lotta ai cambiamenti climatici. Una commissione ha calcolato che saranno necessari cento milioni di dollari ogni anno fino al 2020, ma i 27 stati dell’Unione europea stanno ancora trattando per decidere quanto stanziare e soprattutto come, visto che alcuni paesi, come la Polonia, vorrebbero che il contributo fosse volontario, mentre altri, come la Svezia, vogliono che sia equamente suddiviso tra gli stati membri.–The Wall Street Journal, Stati Uniti

da Internazionale

Obama, guerra e pace

Il premio Nobel a Barack Obama era un segnale d’incoraggiamento. Ma intanto la guerra continua, e forse si potevano fare scelte più coraggiose, scrive Noam Chomsky.

Speranze e prospettive di pace sono un obiettivo ancora lontano. Il compito è avvicinarle. Era questa probabilmente l’intenzione del comitato del premio Nobel per la pace quando ha scelto il presidente Barack Obama.
Il premio “è sembrato una preghiera di incoraggiamento da parte del comitato del Nobel per futuri sforzi e una leadership americana ricca di maggior più consenso”, hanno scritto Steven Erlanger e Sheryl Gay Stolberg sul New York Times.

La natura della transizione da Bush a Obama si gioca sulla possibilità che preghiere e incoraggiamento portino un miglioramento. Le preoccupazioni del comitato del Nobel erano valide e premiavano la retorica di Obama sulla riduzione della armi nucleari.

Le ambizioni nucleari dell’Iran dominano oggi le prime pagine. I timori sono che Teheran possa avere occultato qualcosa all’Agenzia Internazionale dell’energia atomica (Aiea) e aver violato la risoluzione 1887 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, approvata a settembre e salutata come una vittoria di Obama negli sforzi per contenere l’Iran.

Nel frattempo continua il dibattito sulla recente decisione del presidente degli Stati Uniti di riconfigurare i sistemi di difesa missilistici in Europa. Secondo alcuni si tratta di una resa ai russi, per altri di una scelta strategica per difendere l’occidente da un attacco nucleare iraniano. Poiché il silenzio è spesso più eloquente del clamore, occupiamoci di quel che viene taciuto.

Nel bel mezzo delle accuse sul doppio gioco iraniano, la Aiea ha approvato una risoluzione in cui chiede a Israele di aderire al Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) e consentire ispezioni ai suoi impianti. Stati Uniti ed Europa hanno tentato di bloccare la risoluzione della Aiea, ma non ci sono riusciti. I mezzi d’informazione hanno in pratica ignorato l’evento.

Come affermano funzionari a conoscenza dell’intesa, gli Stati Uniti hanno assicurato a Tel Aviv il loro aiuto, riaffermando un accordo segreto che ha consentito a Israele di non aprire alle ispezioni il suo arsenale nucleare. Anche in questo caso i giornalisti hanno ignorato l’evento.

In India, alcuni funzionari hanno salutato la risoluzione 1887 dell’Onu annunciando che ora il loro paese “può costruire armi nucleari con lo stesso potere distruttivo di quelle presenti negli arsenali delle maggiori potenze nucleari”, ha riferito il Financial Times. Sia l’India sia il Pakistan stanno incrementando i programmi nucleari. In due occasioni hanno pericolosamente sfiorato il conflitto nucleare e i problemi che hanno quasi portato alla catastrofe non sono ancora risolti.

Armi letali
Obama ha salutato la risoluzione 1887 in modo diverso. Il giorno prima dell’annuncio del premio nobel, il Pentagono ha rivelato di avere accelerato la consegna delle più letali armi non-nucleari dell’arsenale: bombe da 13 tonnellate per gli aerei invisibili B2 e i bombardieri B52 progettate per distruggere bunker protetti da difese in cemento armato da 4,5 tonnellate. Non è un segreto che le bombe anti bunker possano essere utilizzate contro l’Iran.

La progettazione di questi ordigni nucleari è cominciata nell’era Bush, ma Obama ne ha chiesto un rapido sviluppo al momento della sua elezione. La risoluzione 1887, approvata all’unanimità, chiede la fine della minaccia nucleare e a tutte le nazioni di aderire al Tnp, come ha fatto l’Iran molto tempo fa. I paesi che non hanno ancora firmato il Trattato sono India, Israele e Pakistan, che in violazione del Tnp hanno sviluppato il nucleare con il sostegno degli Stati Uniti.

L’Iran rappresenta una minaccia irrisoria e non invade un altro paese da centinaia di anni, al contrario di Stati Uniti, Israele e India, che occupa brutalmente il Kashmir. Se Teheran avesse armamenti nucleari e missili balistici in grado di lanciarli sarebbe polverizzato in breve tempo. Credere che l’Iran voglia usare armi nucleari per attaccare Israele o chiunque altro, “equivale a ritenere pazzi i leader iraniani” o che vogliano essere ridotti in pulviscolo radioattivo, ha dichiarato l’analista strategico Leonard Weiss, aggiungendo che i sottomarini lanciamissili israeliani “sono in grado di prevenire un attacco militare”, per non parlare dell’immenso arsenale degli Stati Uniti.

Nel corso delle manovre navali di luglio, Israele ha inviato i sottomarini Dolphin, in grado di trasportare missili nucleari nel mar Rosso, oltre il canale di Suez, affiancati da navi da guerra, da dove avrebbero potuto attaccare l’Iran, come hanno “il diritto di fare”, secondo il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden. Notizie come queste, tenute per l’ennesima volta nascoste, riceverebbero grande spazio in una società che avesse a cuore la propria libertà e si preoccupasse per i destini del mondo.

Il regime iraniano è duro e repressivo, e nessun essere umano vorrebbe che né l’Iran, né nessun altro paese, possedesse armi nucleari. Ma un po’ di onestà nell’affrontare questi problemi non guasterebbe. Il premio Nobel per la pace non si occupa naturalmente soltanto della riduzione della minaccia nucleare, ma anche della guerra in generale e della sua preparazione. A questo proposito, la scelta di Obama è stata accolta con scetticismo, soprattutto in Iran, paese circondato dell’esercito di occupazione degli Stati Uniti.

Un presidente di guerra
Obama ha intensificato la guerra di Bush in Afghanistan e Pakistan ai confini con l’Iran e si appresta a proseguirla e forse incrementarla. Il presidente ha chiarito che gli Stati Uniti intendono mantenere una presenza a lungo termine nella regione come sottolineato dal progetto “una città nella città”, che ha preso il via con la costruzione della nuova ambasciata Baghdad. Obama ha annunciato la realizzazione di mega ambasciate a Islamabad e Kabul e di enormi consolati a Peshawar e in altri luoghi.

Osservatori indipendenti hanno denunciato sulla rivista Government Executive che “la richiesta dell’amministrazione di 538 miliardi di dollari per il bilancio della difesa 2010 e l’intenzione di mantenere un livello elevato di spesa nei prossimi anni, indicano la possibilità che l’amministrazione Obama spenda in questo settore in termini reali più di qualunque altra dalla Seconda guerra mondiale. Senza contare i 130 miliardi aggiuntivi richiesti dall’amministrazione per finanziare il prossimo anno le guerre in Iraq e Afghanistan, con una programmazione di spesa ancora maggiore per i prossimi anni”.

Il comitato del premio Nobel per la pace avrebbe potuto fare una scelta virtuosa preferendo l’attivista afgana Malalai Joya. Questa donna coraggiosa è sopravvissuta ai russi e agli attivisti islamici e si è opposta ai taliban e al ritorno dei signori della guerra nel governo Karzai.

Eletta in parlamento ed espulsa per avere denunciato le atrocità dei signori della guerra, si è battuta con efficacia in difesa dei diritti umani, quelli delle donne in particolare. Oggi vive protetta e in clandestinità ma continua a battersi. Grazie ad azioni come la sua, ripetute ovunque con impegno, speranze e prospettive di pace sono più vicine.

da Internazionale

Regione Puglia: stanziati fondi per i centri comunali di raccolta differenziata

15 milioni di euro per la realizzazione dei CCR: centri comunali di raccolta differenziata. I Comuni potranno farne richiesta attraverso gli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO).Una volta realizzati, si potranno conferire presso gli eco-centri diverse tipologie di rifiuti

In seguito all’approvazione, da parte della Giunta regionale, delle linee guida per la realizzazione dei Centri Comunali di Raccolta (CCR), sono stati impegnati 15 milioni di euro (Por Puglia 2007-13), a favore degli Ambiti Territoriali Ottimali per la realizzazione degli stessi CCR. Si tratta di un provvedimento di rilevante portata che consentirà ai comuni pugliesi, che ne faranno richiesta attraverso gli Ambiti Territoriali Ottimali, di realizzare infrastrutture funzionali all’implementazione delle raccolte differenziate sul territorio regionale. Ogni ATO ha 30 giorni di tempo per presentare idonei progetti per i quali è prevista una dotazione massima di 1 milione di euro.

I Centri Comunali di Raccolta sono aree attrezzate con contenitori idonei e custodite, che consentono ai cittadini il conferimento dei rifiuti urbani differenziati secondo tempi e modalità definiti dalle amministrazioni comunali. Il bando promosso dalla Regione Puglia prevede che ogni domanda di ammissione al finanziamento sia corredata, oltre che dal progetto, da un preciso programma di utilizzo dei centri che consenta ad ogni cittadino il migliore utilizzo degli stessi. Una volta realizzati, i centri potranno garantire anche una puntuale contabilità delle tipologie e delle quantità conferite da parte dei cittadini ai quali potrà essere riconosciuto un premio in termini di riduzione tariffaria, secondo il principio “più differenzi meno paghi”. Inoltre, i centri potranno essere utilizzati per attività formative e di sensibilizzazione con il coinvolgimento delle scuole, delle associazioni o dei semplici cittadini.

Il costo per realizzare un centro di raccolta è stimato tra i 150.000 ed i 200.000 euro. Ogni centro dovrà essere attrezzato con un locale di ricevimento e con contenitori differentemente colorati in funzione della tipologia dei rifiuti: carta, plastica, vetro, alluminio, ingombranti (divani, poltrone, mobili, materassi, ecc.), apparecchiature elettriche (frigoriferi, televisori, computer, elettrodomestici, ecc.). Il conferimento delle varie tipologie produrrà un sicuro miglioramento del “decoro urbano” e assicurerà indubitabili effetti di miglioramento degli attuali servizi di raccolta dei rifiuti.

http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=100413


venerdì 30 ottobre 2009

Un nuovo codice etico che coniughi "l'effecienza con la trasparenza"

Nardò-Italia dei Valori

Nei giorni scorsi abbiamo pronunciato tutto il nostro profondo dispiacere per una politica che va alla deriva e che trascina con se tutti i Diritti e i Doveri di una società civile.

Oggi usiamo invece questi organi di stampa per staccarci dal politichese sostenendo con i fatti i lavoratori del gruppo S.E.S.
La storia è ormai tristemente nota si tratta dello sfruttamento dei lavoratori, non un reato ma una tipica regola del meridione dove l’uomo o la donna che vuole lavorare deve servire il suo datore di lavoro e se non va bene così si è fuori.
Il rispetto finisce così per essere univoco, un diritto a senso solo.

In queste ore si esortava alla partecipazione del gruppo S.E.S alle gare d’appalto per la metanizzazione, qualora venisse approvato il bilancio delle nostre marine.

Noi di IdV lanciamo la proposta perché venga rivista la procedura per le gare d’appalto realizzando un codice etico che oltre a garantire la libera concorrenza tra le imprese, garantire la massima trasparenza e migliorare la qualità dei servizi ai cittadini e soprattutto vada a regolare la partecipazione alle uniche imprese che rispondono a requisiti come:
- Ostinazione da parte della ditta a richieste estorsive, ossia tangenti sotto qualsiasi forma.
- Estraneità delle ditte a procedimenti legali in materia di sfruttamento dei lavoratori o inadempienza a qualsiasi punto del contratto stipulato con essi.

Siamo convinti che si possa lavorare su questo che risulterà un provvedimento utile a garantire ai cittadini qualità e trasparenza nei servizi e possa risolvere in parte la questione dei lavoratori.

Ufficio di Presidenza
Circolo IdV “Peppino Impastato” Nardò

NARDO' - PER UN’OPPOSIZIONE AL NUCLEARE


SABATO 31 OTTOBRE 2009 ORE 16:30 PRESIDIO INFORMATIVO E MOSTRA CONTRO IL NUCLEARE. VIA DUCA DEGLI ABRUZZI ANGOLO CON PIAZZA OSANNA NARDO’.

Il ritorno all’energia atomica in Italia sembra ormai una tragica realtà in via di realizzazione, voluta dal governo e dalle lobby industriali per appagare la loro inestinguibile sete energetica.
Le centrali nucleari arricchiscono soprattutto ci le costruisce e gestisce, lasciando in eredità al pianeta l’inquinamento radioattivo millenario delle scorie – nefasto per la nostra salute e la vita sulla terra in generale -, nonché le conseguenze di eventuali e sempre possibili incidenti, e una militarizzazione e controllo capillare del territorio.
Fra pochi mesi il governo renderà note le aree dove impiantare i nuovi mostri e stoccare le scorie. L’ENEL, in società con la sua omologa francese EDF, ha già pronti tre progetti da avviare subito.
Nel Salento – rispolverando un piano del 1981 – si ipotizza una centrale nella zona tra Avetrana, Nardò, Manduria.
Ma al di là della contingenza geografica, riteniamo che sia interesse di tutti – indipendentemente da dove verranno realizzate – imporsi alle nocività imposte in nome di un progresso che è solo capace di rovinarci la vita, per il profitto dei soliti potenti.
E farlo prima che sia troppo tardi.

Antiautoritari contro il nucleare
CONTATTI : peggio2008@yahoo.it
Via Massaglia 62-c Lecce

La Finlandia rifiuta il vaccino


Intervista a Rauni Kilde, ex ufficiale nazionale sanitario per la Finlandia.
- Lei pensa che questi virus siano stati specificatamente selezionati da testare su di noi per operare mutazioni della specie o per ucciderci?

Beh come minimo ci rendono molto malati, poiché lo scopo che ho letto dell’élite, se posso usare questa parola, è quello di ridurre la popolazione del pianeta terra di almeno i due terzi, forse persino di 5 miliardi…- Stiamo però affrontando questa nuova patologia, la suina..
Ma la suina è una enorme cavolata!
Non è la suina a essere pericolosa, è l’iniezione del vaccino! Perché non è solo composto dal virus della suina ma è mescolato con virus umano e con virus aviario e dietro vi è l’intento di ridurre la popolazione, perché è molto tossico, e di fare guadagnare miliardi di miliardi di miliardi a coloro che li producono, Rumsfeld è uno dei proprietari di quelle aziende farmaceutiche.
Volendo ridurre la popolazione, iniziano dai bambini e dalle donne incinte, i primi da eliminare per la prossima generazione.

- Ha tentato di avvertire i governi?
Non i governi ma ho scritto l’informazione alla Finlandia, non penso che funzionerà…

- Hanno già provato alla fine degli anni 70…

Sì, nel 1976, negli USA con l’influenza suina, ma i vaccini furono fermati dopo tre settimane perché ci furono così tanti morti e si ammalavano della sindrome * che distrugge il sistema neurologico delle persone; questa volta hanno portato degli accorgimenti per ricominciare; però prima hanno fatto in modo che le persone non possano più essere risarcite, in caso di conseguenze nefaste sulla salute, perché prima negli USA si dovevano pagare importi enormi in caso di danneggiamento alla salute ma adesso è stata approvata una legge secondo cui queste aziende non sono responsabili e non devono pagare alcun risarcimento né in caso di morte né in caso di danno sanitario cronico. L’hanno pensata proprio bene.

- Quindi possono avvelenarci o ucciderci e farla franca?
Esattamente.

- Ma come mai succede? Come mai così tanti governi lo permettono?

Beh non lo stanno ancora permettendo perché non hanno ancora fatto niente. Stanno portando avanti un programma di terrore nei mass media, tutti i mass media: è una propaganda del terrore e le persone si spaventano perché non lo sanno.
L’OMS ha ordinato che tutti devono essere vaccinati obbligatoriamente. Precedentemente, l’OMS non aveva la facoltà di costringere alcun governo, poteva formulare solo raccomandazioni ma nel 1986/87 si disse che in caso di pandemia, allora l’OMS poteva impartire ordini.
All’inizio di giugno, l’OMS ha dichiarato la pandemia di livello 6, che è il massimo, ma viaggiando in qualsiasi paese del mondo si poteva constatare che non c’erano i milioni di malati di suina. E’ stato fatto solo per forzare le persone e per preparare i governi all’obbligo del vaccino.
Ma non funzionerà perché le persone…

- Lei pensa che le cifre fornite dall’OMS siano false?

Certamente sono false. Si deve sempre tener presente perché lo fanno, e il cui prodest. Cui prodest?
Secondo me, sono stati costretti, ma da chi? Da Big Pharma che gestisce la popolazione del mondo e il denaro del mondo, milioni e milioni.

- Qual è la strategia? Perché lo fanno? Qual è lo scopo?
E’ quello di uccidere quante più persone possibile e di fare quanti più soldi possibile (per loro). Ma penso che abbiano mal calcolato questa volta. Perché già alla riunione del Bilderberg il 14 e il 15 maggio scorso in Grecia, si è verificata quasi una spaccatura, quando ne hanno discusso. E posso immaginare benissimo che i partecipanti usuali al Bilderberg non siano sempre d’accordo con i piani di Kissinger di eliminare gran parte della popolazione mondiale. E ieri il governo finlandese ha preso la decisione di cambiare le leggi nel senso di non dichiarare più questa malattia come pericolosa e contagiosa, il che significa che le persone dovranno comprarsi il vaccino. Ed è anche una questione giuridica perché secondo me se una malattia non è pericolosa e contagiosa, non possono obbligarti a vaccinarti. Sono stati furbi. Ho scritto anche all’Istituto sanitario della Norvegia il cui direttore mi ha risposto che non hanno l’intenzione di rendere il vaccino obbligatorio ma solo facoltativo; spero che nessuno lo farà, soprattutto non le donne incinte e i bambini, spero nessuno.

Related Link: http://www.stampalibera.com/?p=6648
da GlobalProject

Report del presidio del 28ottobre 2009 - VERITA' PER ALDO BIANZINO


Sono stati circa un centinaio i partecipanti al presidio promosso dal "Comitato Verità per Aldo" presso il Tribunale di Perugia di mercoledì 28 ottobre. Una buona partecipazione considerando l’orario lavorativo e il giorno infrasettimanale che dimostra ancora una volta il forte legame della città di Perugia alla triste vicenda che colpì Aldo e tutta la sua famiglia.
L'udienza in relazione alla richiesta di rinvio a giudizio nel procedimento nei confronti dell’agente di custodia polizia penitenziaria addetto alla sorveglianza presso la sezione B ha avuto tutto sommato un finale positivo, segnando un piccolo passo in avanti nella dura strada verso la verità e la giustizia per la morte di Aldo.
Il giudice ha infatti rinviato a giudizio la guardia carceraria accusata di omissione di soccorso e falsificazione dei registri di entrata e uscita del braccio carcerario di sua competenza ed ha inoltre rifiutato il rito abbreviato richiesto dalla difesa. Si dovrà quindi aprire un lungo processo dove, inevitabilmente, emergeranno nuove considerazioni soprattutto in merito al perché l’agente abbia dovuto falsificare quei registri e su chi e che cosa ha dovuto “coprire” con quell’illecito.
Numerose altre questioni riguardanti questa prima inchiesta emergeranno a partire dal 25 novembre, giorno della prima udienza del processo nei confronti di colui che sembra sempre più interpretare il ruolo di capro espiatorio di un sistema i cui aguzzini e torturatori continuano a rimanere ancora impuniti.
Altro punto importante da sottolineare è la costituzione del “Comitato verità per Aldo” come parte civile. Non poteva essere altrimenti, il comitato in tutti questi anni è sempre stato impegnato in prima linea a sostenere iniziative di solidarietà concreta nei confronti dei familiari, oltre che economicamente, soprattutto nel mantenere viva e accesa l'attenzione sulla vicenda.
Le attività del Comitato non si fermeranno di certo.
Invitiamo tutti e tutte a visitare il nostro blog per seguire e rimanere aggiornamenti sulle prossime mobilitazioni e iniziative.
La necessità di verità e giustizia non si placa!
Perchè di carcere non si può morire!
Perchè in carcere per qualche pianta d'erba non si deve finire!

Comitato Verità per Aldo

Per non dimenticare Aldo Bianzino

Aldo Bianzino è stato arrestato il 12 ottobre 2007 e condotto nel carcere Capanne di Perugia. La mattina del 14 è stato trovato morto nella cella in cui era stato rinchiuso.
Nel frattempo pochi mesi fa anche la compagna di Aldo, Roberta, se ne è andata nel silenzio, senza riuscire a conoscere la verità sulla morte di Aldo.
A più di due anni da questa "misteriosa" morte, il 28 ottobre 2009 si terrà l'udienza preliminare in relazione alla richiesta di rinvio a giudizio nel procedimento nei confronti di un agente della Polizia Penitenziaria addetto alla sorveglianza presso la sezione 2° B, dove Aldo è morto.
L'agente è imputato di aver omesso di informare il sanitario di guardia che Aldo richiedeva aiuto, di non aver prestato soccorso e di aver cercato di nascondere quanto realmente accaduto quella notte falsificando il registro di accesso alla sezione del carcere.
Purtroppo questo percorso giudiziario cerca di mettere in luce solo alcuni aspetti di quello che verosimilmente è accaduto, dando per scontato il malore accidentale di Aldo. Niente ci è dato sapere di come mai una persona sia entrata in carcere in salute e ne sia uscita morta.
Per questo riprendiamo un percorso di mobilitazione, consapevoli che ora più che mai è necessario fare sentire la nostra voce, perchè la morte di Aldo non passi sotto silenzio.
Il caso di Aldo è troppo simile a quello di Federico Aldrovandi a Ferrara, Renato Biagetti a Roma, Nicola Tommasoli a Verona, Abdul Guibre a Milano, Giuseppe e Pasquale a Palermo, e tanti altri, tutti vittime di una sorta di "spontaneismo intollerante" che agisce violentemente contro chi gira senza documenti, rivendica la propria la libertà d’ espressione, coltiva marijuana per uso personale in un paese che invece dei trafficanti persegue i consumatori.
Vogliamo Verità e Giustizia e continueremo a contrastare e ad opporci ad una società che sempre meno tollera qualsiasi tipo di espressione fuori dalla norma.
La necessità di verità e giustizia non si placa!
Perchè di carcere non si può morire!
Perchè in carcere per qualche pianta d'erba non si deve finire!
Comitato Verità per Aldo
http://veritaperaldo.noblogs.org

da GlobalProject


Bastardi senza onore: per il diritto alla bancarotta


Perché il Ddl Gelmini non ci merita. Editoriale UniRiot di Gigi Roggero

Chi volesse intraprendere la certo non avvincente lettura del gelminiano "Disegno di legge in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio", che verrà presentato a breve, può tranquillamente cominciare dalla fine (art. 15, comma 6): "Dall'attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica". Ecco la cosa importante: la strategia del governo sull'università consiste di tagli e dismissione, punto e basta. A partire da qui, si possono leggere a cuor leggero le trenta cavillose e confuse pagine del Ddl certi di averne afferrato il senso. Non è un caso, del resto, che nonostante si premetta che ogniqualvolta si parli di "Ministero" ci si riferisca a quello dell'istruzione, dell'università e della ricerca, in realtà l'altro Ministero - cioè dell'economia e delle finanze - è citato in ugual misura e puntualmente a proposito delle questioni di centrale rilevanza.

Il Ddl è suddiviso in tre parti: governance, meritocrazia, personale accademico. È un progetto di aziendalizzazione dell'università, potrebbe dire qualcuno. Preferiamo però non concedere con troppa facilità all'avversario la perversa dignità di una parola che - per accordarci subito con il leit motiv del testo - non "meritano", né per intelligenza né per coraggio strategico. Vediamo infatti in cosa concretamente consiste la via italiana all'aziendalizzazione, da tempo sognata dagli algidi ideologi della Bocconi e del Corriere della Sera. Da sempre, si sa, le imprese italiane hanno avuto un ruolo parassitario rispetto al sistema formativo, succhiando forza lavoro istruita e non versando una lira prima e un euro poi; i baroni, dal canto loro, hanno potuto riprodurre privilegi e posizioni di rendita, affidate loro dallo Stato.

Questo Ddl cerca forse di modificare il ruolo del privato-parassita e scalfire le rendite di posizione del pubblico-feudale? Niente affatto. Anzi, rafforza entrambi. Da un lato, garantisce alle aziende la condizione migliore per continuare a succhiare indisturbate senza investimento e senza rischio. L'articolo 2, che disegna "organi e articolazione delle università", attribuisce maggior peso decisionale al consiglio di amministrazione, che deve essere composto da "personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale e di un'esperienza professionale di alto livello", con una "non appartenenza di almeno il quaranta per cento dei consiglieri ai ruoli dell'ateneo a decorrere dai tre anni precedenti alla designazione e per tutta la durata dell'incarico" (lettera g). Insomma, il piccolo o medio imprenditore del Nord-est, iperspecializzato nella produzione di un pezzo ultraspecifico nella filiera globale dell'occhiale o dello scarpone da montagna, che sfrutta ad alta intensità forza lavoro a bassa scolarizzazione o pagata come tale anche quando non lo è (i migranti), non verserà certo soldi nelle esangui casse degli atenei. In compenso, potrebbe però condizionarne la politica e le scelte: se nel brevissimo periodo servono tecnici specializzati in un campo di cui si fa fatica perfino a pronunciare il nome, perché non aprire un corso di laurea a veloce obsolescenza finché il mercato non sarà saturo e tagliare inutili e costosi dipartimenti, che non servono nemmeno a sfornare un operaio specializzato?

I baroni, dal canto loro, possono rallegrarsi delle "norme in materia di personale accademico e riordino della disciplina concernente il reclutamento". L'istituzione dell'"abilitazione scientifica nazionale" per i docenti di prima e seconda fascia, di durata quadriennale, è decisa da una commissione nazionale formata mediante sorteggio tra professori ordinari. Ciò che viene fatta passare per una norma che scavalca le lobby accademiche locali, non solo lascia l'"abilitazione" nelle mani delle cricche degli ordinari a livello nazionale, ma poche pagine più avanti (articolo 9, comma 2, lettera c) fa rientrare dalla finestra ciò che era apparentemente uscito dalla porta. La decisione finale, infatti, spetta alle commissioni locali composte da ordinari e, nel caso dei ricercatori, da alcuni associati. Il posto da ricercatore, poi, come già stabilito dalla legge Moratti nel 2005 è posto in esaurimento, quindi sostituito da contratti di soli tre anni rinnovabili - previa valutazione - un'unica volta, aumentando così la ricattabilità dei ricercatori stessi nel vincolo individuale con il docente di potere. Inutile dire che la frase "senza oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica" ricorre, in questi articoli come in tutto il testo, in modo ossessivo come premessa e sostanza. Non solo: se non ci sono adeguate risorse, professori e ricercatori possono essere "collocati a riposo". Amen.

In questo quadro di governance di un'università abbandonata alla sua inerziale rovina, gli studenti devono essere resi complici della nave che affonda: i loro "rappresentanti" vengono quindi "integrati" come stakeholder (del fallimento), ovviamente subalterni e privi di potere decisionale. Non solo: di fronte alla "razionalizzazione" dei fondi (forma elegantemente manageriale per definire la mannaia che, brandita dai consigli di amministrazione, si abbatte sulle risorse residue del sistema formativo), gli studenti devono dimostrarsi "meritevoli". Ciò garantisce l'accesso ai prestiti d'onore, nome curioso con cui si etichetta quel sistema del debito che, fallito negli Stati Uniti, è alla radice della crisi contemporanea. Ma è il Ministero (quello dell'economia e delle finanze, prima ancora di quello dell'istruzione, dell'università e della ricerca), attraverso il "Fondo speciale per il merito finalizzato a sviluppare l'eccellenza e il merito dei migliori studenti, individuati tramite prove nazionali standard", a disciplinare i ferrei criteri per avere accesso al prestito. Insomma, ci sono molte più possibilità con "Win for Life"! Vorremmo a questo punto poterci dedicare a dimostrare come il lessico della meritocrazia sia la mistificante retorica che rovescia la realtà del declassamento e della precarietà nelle illusioni giustizialiste di un mitologico mercato non corrotto e di una competizione moralmente pulita. Purtroppo dobbiamo partire da molto più indietro, dicendo che la meritocrazia (come le riforme) non si fa a costo zero: il caso americano e i miliardi di dollari pubblici e privati investiti nelle università sono un noto esempio. In altri termini, in Italia va innanzitutto evidenziato che la meritocrazia, prima ancora di tutto il resto che si può dire su di essa, funziona al contrario, ovvero è ciò che giustifica i tagli - pardon, la razionalizzazione. Anziché essere un (peraltro discutibile) premio per pochi, significa peggioramento delle condizioni di vita e dequalificazione del sapere per tutti. Al limite, stabilisce una gerarchia per vedere a chi andrà molto male e a chi meno.

Prendiamo i cosiddetti percorsi di "eccellenza". Negli Stati Uniti sono delle classi riservate alle élite in cui gli studenti vengono a contatto con lo star system dell'università globale. In Italia si rinomina il vecchio corso di laurea come percorso di eccellenza, recintandone l'accesso, e si abbassa ulteriormente la già scarsa qualità dei restanti piani di studio, che sono resi ancor più rigidi e insulsi. Nella facoltà di lettere della Sapienza - per citare il pachidermico caso di un ateneo all'affannosa rincorsa di furbesche soluzioni che consentano di scalare qualche posizione nella gerarchia rovesciata della cosiddetta "qualità" ed "efficienza", cioè a ridurre un poco i pesanti tagli subiti nella scorsa estate - si è trovata la formula del debito in accesso, di cui gravare gli studenti (la maggior parte) che non abbiano sostenuto prove soddisfacenti nei test di ingresso.

La "meritocrazia" è così utilizzata per scaricare sugli studenti la mancanza di qualità dei docenti, ovvero per preservare le posizioni di rendita dei baroni. Solo che si pone ora la questione: come si ripiana il debito?

Con corsi aggiuntivi, che peserebbero sulle già dissestate casse dell'ateneo? O esigendo un numero maggiore di crediti di quello previsto, allungando così i tempi della laurea triennale, procurando costi aggiuntivi e mandando ulteriormente in fumo il già svanito obiettivo della riforma del 3+2, cioè l'eliminazione del "fuoricorsismo"?

Nessuno sa rispondere. Nel frattempo, però, lo studente - con o senza "merito" - deve essere formato ad essere precario indebitato. E la crisi dell'università, così dice il coro unanime da via Solferino a viale Trastevere, passando per senati accademici e consigli di amministrazione, la paghino gli studenti attraverso l'aumento delle tasse!

Per mobilitarsi contro un progetto di questo tipo, non si possono certo scavare le trincee attorno alla difesa di ciò che non è difendibile, cioè quel pubblico che si è combinato con il privato nello smantellare il sistema formativo. Bisogna attaccare. Innanzitutto riappropriandosi di reddito e di un nuovo welfare non solo rispetto alle amministrazioni locali e statali, ma anche ai nuovi attori che gestiscono la segmentazione della ricchezza sociale. È necessario occupare le banche, le finanziarie e le istituzioni che fanno i "prestiti d'onore", non per bloccare l'emissione del credito, ma per non ripianare il debito. Diritto alla bancarotta per i precari, ecco la parola d'ordine. Riappropriarsi delle risorse oggi congelate nel rapporto pubblico-privato, significa impostare correttamente la questione della valutazione: non come gerarchizzazione competitiva della forza lavoro, recinzione della conoscenza e giustificazione del declassamento (leggi meritocrazia), ma in quanto processo di produzione di un sapere di qualità e decisione completamente all'interno della cooperazione sociale. Un sapere di eccellenza in quanto comune. Tale questione già vive dentro i percorsi di autoformazione e autoriforma: ora deve diventare istituzione, riappropriarsi dei dipartimenti, rivendicare quell''"autovalutazione" che (come detto chiaramente nell'articolo 5) si vorrebbe prerogativa solo dei baroni. Qui la posta in gioco è una nuova organizzazione dei saperi, dopo l'ormai consumata crisi delle discipline moderne: compito troppo importante per lasciarlo nelle mani dei funzionari pubblici e privati.

Allora, distinguendoci irreversibilmente dalle resistenza conservatrici che difendono gli ultimi brandelli della "torre d'avorio" per mantenere la vigenza dei rapporti feudali, diciamo che la Gelmini si è dimostrata pavida e pusillanime, incapace di attaccare interessi parassitari e rendite di posizione. Contro i riformisti metafisici, diciamo che cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia: annunciano di voler cambiare tutto per non mutare nulla. Coprono l'assenza di idee sull'università con un vacuo linguaggio manageriale, efficientista e razionalizzante, à la Giavazzi, e/o con le retoriche della lotta ai corrotti per salvare un sistema che produce esso stesso corruzione, à la Perotti. Da questo doppio movimento critico e radicale, si situa l'alterità di una resistenza che è immediata trasformazione, di una autoriforma che ha respiro strategico perché si incarna nell'onda del sapere vivo. Insomma, noi che la combattiamo, sappiamo che l'aziendalizzazione è una cosa seria. In attesa di trovare un nemico all'altezza, diciamo con chiarezza che questa "riforma" dell'università si chiama, banalmente, truffa.

da Infoaut

La fine di un’illusione


Appunti di tettonica della rappresentanza

di Augusto Illuminati
Prendiamola alla lontana. In due paesi con sistemi elettorali diversi, la Gran Bretagna uninominale e la Germania proporzionale, e con sinistre al potere ben diverse (il laburismo neoliberista e la socialdemocrazia “renana”) il ciclo elettorale ha posto in crisi il modello bi-polare e quasi bi-partitico coi cui finora si erano retti. Ovviamente è bi-polare anche un sistema in cui si instaura, per equilibrio dei seggi, una grosse Koalition. Bene, in Gran Bretagna il crollo laburista non si è tradotto nell’ascesa secca del contrapposto schieramento conservatore, ma nell’emergenza del terzo partito liberale e in un imprevisto rafforzamento dell’estrema destra del British National Party, così da installare tendenzialmente un sistema a tre, malgrado le difficoltà tecniche inerenti all’uninominalità dei collegi.
Nella Germania con il sistema del doppio voto abbiamo avuto del pari un crollo socialdemocratico, ma una stagnazione del Cdu (che comunque è un partito doppio per base regionale e confessionale), con una crescita liberale, una relativa tenuta dei Verdi e un clamoroso esito della Linke: da un sostanziale bipartitismo a un sistema a geometria variabile di 4-5 partiti, che al momento ha aperto la strada all’alleanza di governo democristiano-liberale, consentendo però altre soluzioni intanto a livello dei Länder.
Anche in Francia lo score dei Verdi (con relativo declino socialista e stagnazione dell’estrema sinistra) ha rimesso in discussione il bipolarismo che era sembrato affermarsi con l’elezione di Sarkozy (ma presidenzialismo e semi-presidenzialismo raggruppano forzosamente gli schieramenti). In Spagna il bipartitismo maschera il ruolo decisivo dei partiti regionali, ago della bilancia parlamentare e riserve esplosive di autonomismo.
E in Italia? Il bipolarismo italiano, con tanto di enfatizzazione a-costituzionale del ruolo dei leaders –dal culto di Berlusconi ai cacicchi locali–, ha avuto sempre una debolezza intrinseca per la sopravvivenza dei vecchi e litigiosi apparati di partito e corrente.
L’ultima tornata elettorale, con il colpo di mano fusionale di Berlusconi che aveva agglomerato nel PdL Forza Italia e Alleanza nazionale e la simmetrica proclamazione veltroniana della vocazione maggioritaria del Pd seguita dalla sparizione delle sinistre radicali dal Parlamento, sembrava aver semplificato il sistema italiano, lasciando fuori solo la ristretta area centrista dell’Udc.
In realtà l’elemento di latente contraddizione era costituito dal ruolo parlamentare e politico determinante della Lega, appena attenuato dal suo limite regionale. Tuttavia il castello di carte è crollato su se stesso con lo scoppio di tensioni interne insopportabili tanto nel PdL quanto nel Pd: da un lato il declino del carisma berlusconiano scatena non tanto le vecchie componenti forzitaliote e missine, quanto le correnti formatesi trasversalmente e alla disperata ricerca di un programma organico per gestire a proprio favore la crisi, dall’altro il malriuscito amalgama di Pds e Margherita ha frantumato un partito sconfitto e danneggiato dalla stolida arroganza veltroniana.
A differenza dalla Germania il declino della sinistra parlamentare non ha rilanciato quella radicale, che non dà cenni di uscire dal coma, ma ha scatenato un populismo di sinistra che trascina i delusi e i pasdaran dell’antiberlusconismo. Il tentativo di Repubblica di sostituire un partito in dissoluzione con una campagna permanente di opinione (non priva di agganci con gli interessi economici del gruppo De Benedetti) è naufragato con la ricattatoria controffensiva del Papi, il boom dipietrista e del Fatto e la sconfitta di Franceschini nelle primarie del Pd.
Adesso lo schieramento ex-bipartitico si è modificato come segue. A destra l’egemonia berlusconiana vacilla e cresce l’influenza di Fini in evidente tensione con Tremonti appoggiato dall’esterno dalla Lega ma con scarsi appoggi entro il Pdl. Non si tratta tanto di correnti ideali (per quanto esistano schemi alternativi di uscita dalla crisi) quanto piuttosto del contrasto fra vincoli europei ed esigenze elettorali.
Berlusconi è bravissimo a vincere le campagne elettorali, incapace poi di gestire il successo. Il punto critico evidentemente è come promettere di tagliare le tasse senza sfondare il deficit di bilancio (vedi la farsa Irap). Il tutto sotto crisi, con il rischio che la disoccupazione e il fallimento seriale delle piccole imprese esploda proprio a ridosso delle regionali di marzo. Le nubi oscure sulla finanza internazionale e il calo del potere d’acquisto della famiglie italiane ne sono sintomi allarmanti.
Il ricatto della Lega completa il quadro, mentre la mossa delle elezioni anticipate sembra troppo rischiosa. In questa situazione più che una spaccatura verticale immediata del Pdl o fra Lega e PdL appare probabile un lento deflusso da destra verso il centro di Casini. In pari tempo la vittoria di Bersani nel Pd spinge una parte dell’ex-Margherita anch’essa verso il centro di Casini. Con calma. Rutelli ma non solo (si leggano le frasi oracolari di Veltroni).
Bersani, d’altra parte, è ben attrezzato per recuperare Verdi e Sinistra e Libertà, mentre Rifondazione (con o senza Pdci) gravita ineluttabilmente verso un Di Pietro in crescita. Ecco dunque un sistema ad almeno 5 componenti, passibili di diverse combinazioni, in cui l’unico leader carismatico vero, Berlusconi, si dibatte in difficoltà crescenti.
Abbiamo tracciato un quadro in cui la società è presente solo indirettamente: più che altro è un elenco delle fortificazioni (e delle falle) contro cui dovranno scagliarsi i movimenti di lotta, a cominciare dalla riforma pseudo-meritocratica a costo zero (anzi a saldo negativo) dell’Università e della contraddittoria gestione degli ammortizzatori sociali, cui si continua a negare sia un adeguato finanziamento sia un carattere universalistico. Il tutto sullo sfondo di un fallimento globale della politica internazionale dell’Impero.

da GlobalProject

IL PDL A MILANO: UN CONTENITORE PER LE DESTRE RADICALI

di Saverio Ferrari *

Il parapiglia era scoppiato subito. Appena il tempo per il ministro della Difesa Ignazio La Russa di farsi ritrarre dai fotografi a tagliare il nastro tricolore, all'ingresso del Lido di Milano, per inaugurare la festa nazionale del Popolo delle libertà, manco fosse un'opera pubblica, che subito erano volati gli schiaffoni. Causa scatenante i banchetti che distribuivano gadget e materiale politico, in gran parte gestiti dagli ex di An. Pieni di libri fascisti secondo i forzaitalioti. Una rissa vera e propria. Protagonisti, da una parte, l'assessore provinciale Paolo Del Nero, spalleggiato dalla responsabile della comunicazione Laura Ravetto, ex di FI, dall'altra, Gianni Stornaiuolo, uomo tuttofare di Ignazio La Russa, oggi in consiglio provinciale. Ad avere la peggio sembrerebbe sia stato Del Nero. Surreali alcune invettive lanciate: “Sei un antifascista!” . Difficile dubitare da quale bocca sia uscita questa frase. Alcune cronache hanno addirittura parlato di un calcio sferrato dallo stesso La Russa a un banchetto di ex di Forza Italia.

La festa, ufficialmente Festa della libertà, non era stata al centro di polemiche solo per questo episodio. Causa egemonia degli aennini era stata snobbata dagli ex Dc e dagli ex Psi di Forza Italia,e addirittura boicottata dai ciellini di Formigoni.

Questo accadeva a fine settembre. Una rappresentazione quanto mai illuminante dei rapporti interni al Pdl a Milano.

All'origine di queste tensioni il rimpolpamento della componente di An avvenuto nell'ultimo anno. Prima l'ingresso, nel settembre 2008, del gruppo di Roberto Jonghi Lavarini Destra per Milano, che da sempre rivendica la propria ammirazione per Pinochet e per l'ex regime segregazionista sudafricano, poi, nel febbraio di quest'anno la confluenza di un pezzo di Cuore nero (qualche decina di militanti) capitanato da Matteo “Stizza” Pisoni, celebrata con tanto di concerto nazirock alla presenza di Carlo Fidanza, capogruppo di An in consiglio comunale. Infine l'arrivo di Lino Guaglianone, ex Nar, membro della famigerata “banda” Cavallini, condannato per banda armata e associazione sovversiva.

Innesti che si sono saldati, da un lato, con Destrafuturo (è il caso di Lavarini), neonata “corrente politico-culturale” tesa a perseguire “il cammino della tradizione autentica”, animata da Michele Puccinelli e Dario Vermi, già vice presidente della provincia con Ombretta Colli, e dall'altro, con Fare Occidente, area fondata dai consiglieri regionali Romano La Russa e Roberto Alboni con il consigliere comunale Marco Osnato, con l'obiettivo di rappresentare “i valori della cultura occidentale, ed italica in particolare, con un chiaro richiamo alle tradizioni del nostro passato”. Colpisce l'uso di un linguaggio tutto missino, come se il Pdl non fosse mai nato. Comunque per entrambe le correnti, alleate fra loro e assai critiche nei confronti di Gianfranco Fini, il punto di riferimento rimane Ignazio La Russa, un tempo “padrone” di An in Lombardia e ora fra i tre coordinatori nazionali del Pdl. A fare da contorno anche altre piccole realtà, come Destra libertaria di Luciano Buonocore, uscito da La Destra con un gesto clamoroso, nelle ultime elezioni politiche, a pochi giorni dal voto. In procinto di ritornare, ma già di fatto nel Pdl, Daniela Santanchè. Per lei in discussione solo quale ruolo, se sottosegretario nel governo Berlusconi o consigliera regionale.

Il reclutamento di esponenti e gruppi provenienti dalle esperienze della destra radicale non sembrerebbe comunque essere appannaggio solo degli aennini. La destra cattolica integralista milanese, infatti, si muove ormai da tempo nell'orbita ciellina, da Alleanza cattolica (la sezione italiana del movimento clerico-fascista Tradizione, Famiglia e Proprietà), ai consiglieri Mardegan, Michele e Nicolò, padre e figlio, l'uno in comune e l'altro in consiglio provinciale, fino al Circolo La Rocca di Benedetto Tusa, un tempo nel gruppo La Fenicedi Giancarlo Rognoni e Nico Azzi, condannati entrambi per la tentata strage sul treno Genova-Roma del 7 aprile 1973.

Il Pdl a Milano, impossibile smentire, si sta sempre più configurando come un possibile approdo anche per le destre estreme.

* Osservatorio Democratico sulle nuove destre

da Osservatorio Nuove Destre

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Il-Pdl-a-Milano-Un-contenitore-per-le-destre-radicali/2469
da Antifa

Milano, cena squadrista di Forza Nuova E sul sito il manifesto con la scritta "Dux"

Milano, cena squadrista di Forza Nuova E sul sito il manifesto con la scritta "Dux"
di Franco Vanni
L’appuntamento si chiama "Cena squadrista" e vi si accede solo su prenotazione. Sul volantino che annuncia sul sito Internet la cena è stampato il disegno del Museo del Ventennio (mai realizzato), con in bella mostra la scritta "Dux". Nell’invito si legge: «Vi aspettiamo sbarbati e ben pettinati. Poca acqua di colonia per il sesso forte e solo una goccia di Chanel n°5 per quello gentile. Non sono contemplate terze posizioni».

È l’ultima provocazione di Forza Nuova a Milano, con sede in piazza Aspromonte, in lotta per attrarre le simpatie dei militanti di estrema destra con il centro sociale Cuore Nero- Casa Pound in zona viale Certosa. Lì si organizzano convegni dal titolo "Il gioco del passo dell’oca". Una gara al consenso e un’escalation di slogan provocatori che si disputa anche nelle scuole, con i due gruppi Lotta studentesca (Forza Nuova) e Blocco studentesco (Cuore Nero) impegnati a volantinare davanti ai licei. Uniti contro i "compagni", ma divisi fra loro.
(27 ottobre 2009)

http://milano.repubblica.it/dettaglio/Cena-squadrista-per-Forza-NuovaE-sullinvito-spunta-la-scritta-Dux/1761721
da Antifa

Treviso Forza Nuova solidale con Gentilini

FORZA NUOVA SI MOBILITA PER GENTILINI

Ma la condanna del prosindaco era auspicata da molti altri esponenti della scena politica e civile

Treviso - La condanna di Gentilini per istigazione al razzismo è stata accolta molto male dai suoi compagni di partito, in primis dal sindaco di Treviso Gobbo (e anche segretario della Lega Nord) che l’ha definita una sentenza politica. Ma è stata apprezzata da chi la pensa in modo diametralmente opposto allo sceriffo rispetto ai diritti degli immigrati. Solidarietà la esprime anche segreteria provinciale di Forza Nuova.
“Questa condanna – afferma il coordinatore provinciale, Alessandro Arboit, – non costituisce altro che un iniquo tentativo di criminalizzare un uomo che semplicemente, nell’arco dei suoi mandati di amministratore cittadino, è sempre rimasto coerente con una linea di difesa dei trevigiani, preservandone sempre, talvolta a parole, talvolta con specifici interventi amministrativi, integrità, sicurezza e garanzie sociali, anche quando questo significasse assumere posizioni nette e perentorie nei confronti dell’immigrazione extracomunitaria.

Con il verdetto di condanna gli avversari di Gentilini dimostrano di non aver in realtà alcun valido argomento con cui ostacolare la sua genuina amministrazione, se non appigliandosi a certe colorite espressioni usate in occasione di qualche comizio o dichiarazione ufficiale. Da sempre, attraverso parole e dichiarazioni libere dal perbenismo, egli non ha altro che rispecchiato la vera anima e le idee dei cittadini di Treviso”.

Forza Nuova ha organizzato addirittura un presidio. Sabato 30, dalle 16, i militanti saranno in Piazza Battistero, per manifestare concretamente solidarietà a Gentilini.

Di parere opposto è Luigi Calesso, Un’altra Treviso, secondo cui “la sentenza sancisce che in Italia c'è una giustizia, una giustizia che non ammette che l'uso nella polemica politica di affermazioni la cui volgarità e aggressività non sarebbe ammessa in nessun Paese in cui il sistema democratico garantisca l'uguaglianza dei cittadini”.

Calesso afferma, inoltre, anche che dalla fine del 1998 ad oggi Gentilini e altri amministratori comunali leghisti hanno sporto quasi 100 le querele (prevalentemente per calunnia e diffamazione) nei confronti di giornalisti, consiglieri comunali, artisti, esponenti politici, componenti di comitati ma anche cittadini che si sono limitati ad esprimere un’opinione attraverso la stampa o ad opporsi ad una decisione non divisa dell’amministrazione comunale. E’ stato querelato anche comitati cittadini contro l’elettrosmog per “procurato allarme e abuso della credulità popolare”. Finora nessuno dei denunciati è stato condannato.

“La condanna di Gentilini era perfino ovvia perché ovunque nel mondo frasi violente e volgari di incitazione all'odio razziale sarebbero state sanzionate”. A parlare così è Nicola Atalmi, consigliere regionale Pdci – Federazione della Sinistra. “Io stesso – prosegue il consigliere trevigiano -mandai ai giudici che indagavano una lettera aperta per sottolineare come frasi di quel genere se riferite ad esempio agli ebrei non avrebbero sfigurato in un discorso di Hitler.

Mi auguro che tutti quelli che per qualche voto in più' istigano quotidianamente odio e razzismo imparino la lezione e riflettano”. Gentilini, insomma, è un personaggio che non lascia di certo indifferenti, che continuera ad animare il dibattito politico fino a quando continuerà a calcare le scene, ma forse anche dopo, perchè certe sue esternazioni fanno già parte della storia.

http://www.oggitreviso.it/forza-nuova-si-mobilita-gentilini-19257
da Antifa

giovedì 29 ottobre 2009

NARDO': I LAVORATORI S.E.S. INCATENANO L’AZIENDA


I lavoratori S.E.S. licenziati, tornano a protestare. Questa volta decidono di incatenarsi d’avanti alla fabbrica degli Scorza, bloccando così ogni attività.
La decisione arriva dopo il dietrofront da parte dell’azienda di rispettare gli accordi presi venerdì 16 ottobre.
Facciamo un posso indietro: in quella giornata i lavoratori e le parti sindacali, quelle datoriali, avevano raggiunto un accordo di massima per il reintegro di otto unità lavorative e l’autocertificazione per confermare la validità dell’articolo 5 del contratto integrativo provinciale da parte dei lavoratori.
Ieri pomeriggio doveva essere ratificato e verbalizzato questo accordo ma il tavolo è saltato perché l’azienda non voleva stare ai patti. Di conseguenza la tensione degli operai continua a salire e la situazione sembra già esasperata.
Stamani i lavoratori licenziati si sono incatenati sperando che con la loro azione la vicenda abbia un seguito più dignitoso dell’attuale stato in cui versano ormai da mesi.
Le attività dell’azienda sono state perciò interdette ed il primo cittadino ha deciso di far visita agli operai in protesta.
Il sindaco ha rassicurato, a detta di Giuseppe Maggiore (responsabile provinciale della FILLEA Cgil Lecce), che incontrerà gli Scorza. Inoltre, se il bilancio dovesse essere approvato, l’appalto per la metanizzazione delle marine di Nardò (40 Km circa) potrebbe essere una manna dal cielo.
Potrebbe significare nuovo lavoro, possibilità di reintegro e soprattutto possibilità di sussistenza per i lavoratori e per le loro famiglie.
Domani la protesta continua…………………………………………….


Interrotto summit a Bari: ''Si preparava attentato''

29 ottobre 2009

Bari.
Un summit tra presunti mafiosi che - secondo fonti inquirenti - preparavano un attentato è stato interrotto la scorsa notte dai carabinieri...



...in un casolare nelle campagne del rione Ceglie del Campo, alla periferia di Bari: dopo l'irruzione i militari hanno arrestato cinque persone armate con una mitraglietta Skorpion, due pistole, guanti in lattice e passamontagna. Ai cinque, ritenuti affiliati ad un clan mafioso della zona, viene contestato il reato di detenzione illegale di armi da fuoco. L'arresto compiuto dai carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale - viene reso noto - rientra nell'attività di contrasto che le forze dell'ordine stanno compiendo in tutta la provincia di Bari su disposizione del procuratore della Repubblica del capoluogo pugliese, Antonio Laudati. Questi si è più volte soffermato sul "livello di pericolosità elevatissimo" della criminalità barese, "sulle fratture interne ai clan e sul conseguente rischio di sicurezza e di ordine pubblico".

Secondo gli investigatori, gli arresti sono "importanti e determinanti" perché con essi è stato scongiurato "un fatto più grave". Dalle indagini finora compiute i militari ritengono "credibile e attendibile" che con gli arresti sia stato sventato un "attentato", quasi certamente una "spedizione punitiva" che rientrerebbe nella sanguinosa 'guerra' tra clan mafiosi in atto a Bari e in provincia per il controllo dei traffici illeciti. Alcuni dei cinque arrestati sono stati ammanettati subito dopo l'irruzione nel casolare; gli altri sono stati inseguiti e bloccati in altri immobili nei quali si erano rifugiati. Oltre alle armi sono state recuperate una moto di grossa cilindrata rubata e alcuni motocicli, anch'essi di provenienza furtiva. Il blitz è stato deciso dai militari del nucleo investigativo mentre erano in corso controlli mirati nelle aree a rischio alla periferia di Bari e nei Comuni limitrofi di Valenzano, Triggiano e Capurso.

ANSA

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/21064/48/

'Cosa bianca', bipolarismo addio

Rutelli, Tabacci, Dellai presentano la 'Kadima' italiana. Il nome non esiste ancora, i promotori dell'appello per il "cambiamento e il buongoverno" per ora non si sbilanciano, ma il progetto lo illustrano chiaramente: basta con il bipolarismo attuale, sistema istituzionale (e legge elettorale) preferibilmente tedesco, stop alla "Guerra dei 15 anni" e via ad una "nuova offerta politica", perché "le due attuali parti contrapposte non ce la fanno"

A presentare il 'manifesto' dei quella che si può definire per ora la 'Cosa bianca' sono Francesco Rutelli, Bruno Tabacci,il Presidente della provincia di Trento e "inventore" del simbolo della Margherita Lorenzo Dellai, Andrea Mondello (presidente della Camera di commercio di Roma), Giuliano Da Empoli, assessore alla Cultura del comune di Firenze, e Wilma Mazzocco (presidente di Federsolidarietà).
"L'Italia vive una stagione difficile - si legge nell'appello - la crisi è superabile, ma la politica non ce la fa".
Tra gli undici firmatari figurano anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, il presidente del Consiglio comunale di Parma Elvio Ubaldi, Giuseppe Vita (presidente del gruppo editoriale Springler), la deputata ed ex ministro degli Affari regionali del governo prodi, Linda Lanzillotta, e Roberto Mazzotta ( banchiere e presidente dell'Istituto Sturzo).

"Occorre dire una verità - prosegue il documento-, le due attuali parti contrapposte non ce la fanno". Dunque, "occorre tirare le conseguenze da questa verità", vale a dire "occorre costruire una nuova offerta politica: c'è un largo spazio di opinione insoddisfatta e di potenziali consensi per chi sappia rappresentare in modo credibile l'interesse generale e organizzare le nuove opportunità del futuro". Conclude il documento: "A questa larga parte dell'Italia va proposto un serio progetto politico democratico, liberale, popolare, di cambiamento e buongoverno".

Bruno Tabacci, presentando il documento-manifesto che avvia ufficialmente la costruzione di un nuovo soggetto centrista, cita l'ex presidente del Consiglio che due giorni fa ha liquidato con poche parole l'eventuale abbandono del Pd da parte di Rutelli ("Se qualcuno se ne va non succede niente"): "Non è così - ribatte Tabacci - questa iniziativa ne muoverà altre. Per fare cosa? Per diventare finalmente un Paese normale".
L'esponente Udc spiega che "bisogna ricostruire le base per una buona politica", perché "in questi 15 anni il Paese è andato indietro, non avanti". Inutile, avverte, mettersi sin da ora a 'pesare' in termini di adesioni la nuova iniziativa: "Adesso stiamo indicando un percorso, che io credo dovrebbe essere apprezzato dal Pd, che non può aspirare a coprire tutti gli spazi; così come dovrebbe essere apprezzato da Casini, che può avere un grande ruolo, a patto che vada oltre l'Udc". Tabacci si dice sicuro "che Casini dimostrerà grande interesse" per l'iniziativa e che in fondo anche a Bersani non dispiacerà troppo. "Lui non può richiamare all'ordine Rutelli- dice parlando con i giornalisti- perché noi rafforziamo il centro e lo avviciniamo al Pd". Anche perché non è detto che la campagna acquisti vada tutta a discapito dei Democratici.
"Il Berlusconi di ieri sera a Ballarò è una macchina impazzita. Del resto nelle critiche di Pisanu al Pdl si capisce che di là c'è malessere".

Anche Lorenzo Dellai spiega che "oggi parte un percorso politico" che ha come obiettivo non la creazione di "un piccolo partito degli scontenti". Si tratta, dice, di raccogliere "il disagio che c'è in giro: si sta insieme perché si ha un'idea di futuro, non per il collante dello scontento".
"Non abbiamo deciso di fare un club di riflessione culturale né un piccolo partitino di scontenti o un partito legato a singole persone -ha spiegatoli presidente della provincia di Trento-. Così come questo progetto politico non è un risvolto tecnico del congresso del Pd. Non bisogna leggere ogni iniziativa con la lente delle polemiche contingenti".

Ma, "manifesti" a parte, la nascita di un nuovo movimento politico che andrebbe a collocarsi al centro del sistema politico, accanto allo spazio già occupato dall'Udc, non è impresa facile. Finora non ci sono venti deputati e dieci senatori disposti a seguire Rutelli nella nuova avventura politica (quei numeri sono la quota minima per formare due gruppi parlamentari).
Secondo le indiscrezioni, Rutelli riuscirebbe a farsi seguire da non più di cinque o sei parlamentari del Pd. Tra questi, oltre a Linda lanzillotta, ci sarebbero Donato Mosella, Gianni Vernetti, Marco Calgaro. Potrebbero aggregarsi intorno all'ex presidente della Margherita anche alcuni deputati dell'Italia dei valori (Pino Pisicchio, Aurelio Misiti), tre ex della Lista Dini (Daniela Melchiorre, Italo Tanoni, Ricardo Merlo) e due ex Pdl (Giorgio La Malfa, Paolo Guzzanti). Rutelli non gradirebbe invece l'adesione al suo neomovimento dei teodem del Pd, a iniziare da Paola Binetti.
Neppure sfiorati dalla tentazione di seguire Rutelli sono i suoi più stretti collaboratori degli ultimi anni: Paolo Gentiloni ( ex ministro), Ermete Realacci (deputato), Francesco Ferrante (ex senatore), Roberto Della Seta (senatore), Stefano Menichini (direttore del quotidiano Europa).


http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=13320

mercoledì 28 ottobre 2009

LA VOCE STRATOS



Documentario "LA VOCE STRATOS" di Luciano d'Onofrio e Monica Affatato prodotto da Pier Milanese e Maurizio Perrone per ROUTE 1 scarl. Fotografia di Angelo Santovito. Il film è stato realizzato con il contributo dell'ASSESSORATO ALLA CULTURA REGIONE EMILIA e il PIEMONTE DOC FILM FUND.

DEMETRIO STRATOS è stato l'uomo - il cantante - che più ha investigato la voce umana, dalle sue radici alle sue potenzialità oltre il linguaggio.

Stratos non è un mito.
Fare di Demetrio
Stratos articolo da collezionisti?
Correggere qualche aberrazione. È ora di e-leborare.
L’importanza della voce nell’essere umano, lo sviluppo del linguaggio parlato che ci rende uomini e donne. La voce-prima del linguaggio e la voce-dopo del linguaggio per aver lavorato là agli estremi della comunicazione con precisione e potenza abilità e naturalezza rivoluzionarie là dove occorreva cambiare la voce per cambiare il mondo, LA VOCE STRATOS è un film- documentario sulla voce di Demetrio Stratos, cantante e organista greco-egiziano-cipriota, prima dei Ribelli, poi fondatore degli Area e soprattutto insuperato ricercatore e sperimentatore vocale. Gli autori del documentario sono Luciano D’Onofrio e Monica Affatato. Entrambe lavorano da anni alla realizzazione di filmati e documentari e sono soci della società che produce il documentario, ROUTE1 film&video di Torino. Direttore della fotografia è Angelo Santovito. Il progetto LA VOCE STRATOS nasce nel 2005. Dopo una lunga fase di ricerche e di scrittura, nell'autunno del 2006 inizia una prima parte di riprese, in Emilia Romagna.

LE RICERCHE VOCALI

Osservando la fase vocale di lallazione della neonata figlia Anastassia, Stratos si rende conto delle possibilità vocali inespresse dell’uomo, capacità che possediamo spontaneamente ma che l’apprendimento del linguaggio incanala verso sonorità selezionate. È l’inizio della consapevolezza vocale di Stratos, il punto di partenza della sua ricerca.

Ad una delle prime esibizioni degli Area è presente Gianni Sassi, che rimane impressionato dalla potenza e dall’originalità dell’ensemble e di lì a poco decide di fondare l’etichetta Cramps per produrre il loro primo disco. Con lo pseudonimo di Frankenstein, Gianni Sassi diventa il sesto membro “nascosto” del gruppo, ispiratore e ricercatore di molti progetti di Demetrio e degli Area, disegnatore delle copertine e scrittore della maggior parte dei testi oltre che loro produttore.

Gianni Sassi e Gianni Emilio Simonetti,lo scrittore-musicista-editore, hanno legami con il movimento Fluxus che dai primi anni ‘60 rappresenta una delle espressioni più evolute e coerenti di avanguardia artistica concettuale, nonché il primo movimento d’avanguardia ad essere coinvolto nella musica in maniera strutturale.
Juan Hidalgo e Walter Marchetti collaborano con John Cage nel‘59 e insieme ad Esther Ferrer sono i fondatori del gruppo Zaj, gruppo di avanguardia musicale nato in Spagna nel 1964.
È un intero ambito culturale d’avanguardia della Milano anni ‘70 con cui i giovani musicisti del gruppo vengono a contatto scambiandosi idee e collaborazioni.
Per gli Area Hidalgo e Marchetti comporranno Area 5 e, grazie a loro, Demetrio si accosterà all’esperienza musicale di John Cage di cui registra, nel 1974, i Mesostics in una versione per sola voce, riproposta in seguito in diversi festival di fronte a migliaia di giovani.

Stratos inizia a portare avanti una ricerca sulla pura vocalità, ai limiti della musica. Effettua ricerche e misurazioni a Parigi e al CNR di Padova, dove sotto la supervisione del fisico e fonologo professor Franco Ferrero, le misurazioni evidenziano diverse particolarità fonologiche della sua voce. Innanzitutto una gamma impressionante che supera i 7000 Hz di escursione, poi la capacità di emettere più suoni in contemporanea e di modularli separatamente.
Stratos sostiene che la voce vada liberata dai condizionamenti del linguaggio e del bel canto e che debba riappropriarsi della sua natura sonora, creatrice di un’infinità di suoni che vengono esclusi dal linguaggio e negati da una concezione musicale ristretta, dogmatica e funzionale alla musica-merce e al capitale.

Inoltrandosi in questa sua ricerca, scopre le possibilità vocali primordiali delle popolazioni tribali, come i pastori mongoli che emettono diplofonie e triplofonie, ed inizia ad interessarsi a questo tipo di sonorità e alla loro emissione, diventandone in brevissimo tempo maestro e sperimentatore indiscusso.
Il risultato è verificabile nei due dischi solistici Metrodora e Cantare la voce, in cui ciò che appare strumento è in realtà la forma voce.
“I vocalizzi diventano microorchestrazioni (voce/strumento) senza amplificazioni tecnologiche,” scriverà Daniel Charles.

A Cuba riceve l'invito dal Ministero della Cultura ad incontrarsi con la delegazione di musicisti della Mongolia, per partecipare ad un dibattito sulla vocalità dell'Estremo Oriente, riprendendo ed ampliando un vasto discorso sul significato della voce nelle civiltà orientali e mediorientali.
Si dedica anche all’insegnamento delle sue teorie in seminari sulla psicologia della voce che tiene in varie università.

LA VOCE DI DEMETRIO E IL MOVIMENTO DEL '77

Uno degli eventi che porta gli Area alla notorietà è il concerto di spalla a Joan Baez al Vigorelli contro la guerra in Vietnam.
Il pubblico, molto numeroso, è altamente politicizzato e molti forse non li trovano consoni come gruppo d’apertura per la cantautrice pacifista americana. La tensione prima e durante il loro concerto è altissima. Gli Area, quasi indecisi se suonare, riescono ad usare questa tensione come catalizzatore del loro muro di note e di suoni che culmina nel pezzo finale, Lobotomia. Puri, fastidiosi sibili elettronici sparati a tutto volume dalle casse, onde cacofoniche e robotiche da cui faticosamente emerge a tratti una versione dissacrata della sigla musicale di Carosello mentre sul palco si spengono le luci e i musicisti imbracciano delle torce con le quali abbagliano il pubblico. E nell’altra mano impugnano l’asta del microfono, pronti eventualmente a difendersi. Alla fine non ci sono incidenti. La provocazione ha funzionato e il giorno dopo tutti sanno esattamente chi sono gli Area e da che parte stanno.
Da quel giorno gli Area sono presenti con la loro musica in numerose iniziative organizzate dal movimento milanese, italiano ed internazionale, di cui diventano gruppo musicale di riferimento.

Sono anni di forte politicizzazione; in tutta Europa, ma soprattutto in Italia, la società preme per forti cambiamenti per i quali il potere politico ufficiale è per lo meno impreparato.
“In due anni abbiamo fatto tante situazioni… anche in manicomio da Basaglia a Trieste… Loro mettono i matti… cioè! In mezzo agli studenti e ai compagni e vedono le reazioni. Abbiamo occupato Piazza Navona con Pannella… tutto gratuitamente.” (da un’intervista a Demetrio Stratos a Saluzzo nell’estate del ’74).
Sovente i loro concerti sono pensati in funzione dell’evento che vogliono creare. La provocazione e il coinvolgimento nei confronti del pubblico sono la regola ferrea per non stare rinchiusi sul palco come in gabbia ma per abbattere i ruoli che separano spettatori e artisti.
Il disco successivo del ‘75, Crac!, sarà uno dei più conosciuti del gruppo, anche perché contiene Gioia e Rivoluzione, pezzo emblematico dello spirito di quegli anni.

Gli Area partecipano a tutte le edizioni del Parco Lambro, compresa l'ultima, disastrosa nella quale segnano forse uno dei momenti più positivi coinvolgendo gli spettatori in una catena umana sonora: tenendosi per mano, il pubblico, che ha ai capi della catena due cavi collegati ad un sinth, emette delle fequenze che variano al variare dei partecipanti.

Dalle manifestazioni per la legge sul divorzio e l'aborto a Roma a quelle in solidarietà con la Palestina a Milano o con Radio Alice, la prima radio libera di Bologna, gli Area si impegnano personalmente e artisticamente nella creazione di eventi che irrompono nella realtà e che dalla realtà prendono constinuamente spunto per la sperimentazione non solo musicale.

LA NASCITA DELLA VOCE AREA

L’unione musicale di Stratos con Capiozzo dà vita al nucleo iniziale degli Area. Le origini mediterranee dei componenti del gruppo risultano determinanti nella miscela di jazz-rock e musica sperimentale a cui danno vita.
Stratos deve intraprendere una ricerca severa e a tratti tormentata per adattare la sua voce a quelle sonorità per lui totalmente nuove.
Nel 1972 il gruppo prende il nome di Area-International POPular Group, ed è formato da Victor Edouard Busnello (sax), Giulio Capiozzo (batteria), Yan Patrick Erard Djivas (basso), Patrizio Fariselli (tastiere), Demetrio Stratos (organo e voce), Paolo Tofani (chitarra e sintetizzatore).

Nel ’73 è pronto il primo disco per la neonata etichetta Cramps di Gianni Sassi, che sarà un personaggio chiave per l’intera storia degli Area e di Demerio Stratos. Il disco si intitola Arbeit Macht Frei (Il lavoro rende liberi), dall’insegna del campo di concentramento di Auschwitz. Il titolo come la musica, i testi, la grafica, i gadget (una calibro 38 in formato 1:1 di cartone), tutto nel disco è all’insegna della provocazione sperimentale.
Con queste credenziali la vita del gruppo non è certo delle più facili, soprattutto nell’angusto panorama musicale italiano dell’epoca.
Busnello lascerà il gruppo, sostituito per un breve periodo dal giovane talentuoso saxofonista Massimo Urbani, Djivas entrerà a far parte della Premiata Forneria Marconi: dopo varie audizioni, al basso entrerà il giovane Ares Tavolazzi.
Demetrio, Fariselli, Capiozzo, Tavolazzi e Tofani formeranno così il quintetto che negli anni successivi diventerà punto di riferimento non solo musicale per un’intera area generazionale.

Musicalmente, anche sulla loro scia, nascono in tutta Italia una serie di gruppi che seguono un percorso musicale analogo, fatto di contaminazioni tra jazz-rock e musica mediterranea: Baricentro, Napoli Centrale, Perigeo, Arti e Mestieri.

Con la nuova formazione il gruppo incide Caution Radiation Area in cui il lato sperimentale della musica viene ancora più accentuato.

Con gli Area Demetrio prende parte a tournée e festival in Francia, Portogallo, Svizzera e Cuba. Da questi prenderà forma il live Area(zione). La creatività e la musica portata nelle situazioni reali sono una delle loro bandiere.

Gli Area si inseriscono a pieno titolo in quel percorso di movimenti artistici che dai dadaisti ai surrealisti fino ai lettristi, al gruppo Fluxus, ai situazionisti ha percorso tutto il ‘900, vivendo l’arte come una ricerca che vede nell’abbattimento delle strutture formali precostituite il principio creatore rivoluzionario.
Sperimentazione, gioco, casualità, caos diventano gli elementi chiave di una ricerca formale in cui i confini tra vita, arte e rivoluzione vengono continuamente sovvertiti e ridefiniti.

MILANOBEAT E GLI ANNI "RIBELLI"

A Milano Efstratious si iscrive alla Facoltà di Architettura del Politecnico dove conosce Daniela Ronconi che sarà la compagna della sua vita. Perfeziona l’italiano anche attraverso un’assidua frequentazione dei cinema.
Il nome si italianizza in Demetrio Stratos.
Nel ’63, insieme ad alcuni coetanei, forma un gruppo musicale studentesco in cui suona le tastiere. Il gruppo inizia presto ad esibirsi nelle sale da ballo. Una sera, in seguito ad un incidente automobilistico senza ulteriori conseguenze, il cantante del gruppo rimane bloccato e non può raggiungere il resto della band. Per salvare la situazione Stratos s’improvvisa cantante e al pubblico piace, inaugurando così casualmente la sua carriera vocale.

Nel frattempo Stratos suona l’organo come turnista negli studi di registrazione milanesi. Conosce in breve tempo tutti gli esponenti del milieu musicale che in quegli anni hanno dato vita al beat italiano e in questo ambiente il suo nome viene italianizzato in Demetrio Stratos, con l’inversione di nome e cognome. Vive di musica e manda indietro i soldi che il padre gli invia per proseguire gli studi. L’università non rientra praticamente più nei suoi interessi.

Nel 1966 entra a far parte dei Ribelli come organista e voce del gruppo.
Nati nel ’59 come gruppo d’accompagnamento di Adriano Celentano, i Ribelli hanno partecipato alcuni mesi prima al Festival di Sanremo, hanno all’attivo diversi singoli e sono tra i primissimi gruppi rock italiani.
I Ribelli sono uno dei gruppi di punta di quel genere in voga in quegli anni che è un misto di rhythm’n’blues e soul, basato principalmente su pezzi inglesi o americani, tradotti e cantati in italiano, che i critici musicali dell’epoca hanno chiamato beat italiano, prendendo a prestito il titolo dalla beat generation americana, dal beat/battito della terminologia musicale anglofona e da un ammiccamento ai Beatles, di cui la parola beat è una contrazione.

Pur essendo un gruppo già lanciato, è con Stratos che i Ribelli maturano una certa solidità. Passano alla casa discografica Ricordi per la quale incidono diversi 45 giri e alcuni LP che raccolgono le varie registrazioni. Con Stratos la formazione raggiunge l’apice del suo successo: il singolo Pugni Chiusi li porta al Cantagiro del 1967 ma non entra nelle classifiche,

Nel 1969 Demetrio Stratos si sposa con Daniela Ronconi e l’anno successivo nasce la figlia Anastassia.

I Ribelli suonano molto dal vivo, prodigandosi in un repertorio essenzialmente rock, soul e rhythm’n’blues, molto più corposo delle melodie commerciali che solitamente incidono su vinile. Ma gli anni del beat italiano stanno terminando e nel ’70 il gruppo si scioglie.

Nel frattempo suona con un gruppo di inglesi che alloggiano saltuariamente nel suo appartamento milanese. Oltre alle esibizioni live, anche qui incentrate prevalentemente sul rhythm’n’blues, Stratos incide un 45 giri per la neonata Formula Uno di Battisti-Mogol, Daddy’s Dream, sulla cui copertina sono ritratti in foto Demetrio e la figlia neonata.
Il disco passa praticamente inosservato e sarà l’ultimo tentativo commerciale di Stratos.

Demetrio telefona al batterista Giulio Capiozzo e i due decidono di iniziare a suonare insieme.
Il ‘68 è passato da poco e la musica sta cambiando radicalmente.

MIGRAZIONI MEDITERRANEE ALEXANDRIA E NICOSIA

Nella prima metà del secolo scorso l’Egitto era sotto protettorato inglese. Alessandria era un importante centro di irradiazione culturale ed una città cosmopolita che ospitava varie comunità ed etnie. Tra queste una delle più radicate era quella greca. Il 22 aprile del 1945, in questa comunità che conta migliaia di persone nasce Efstratios Demetriou, figlio di Janis Demetriou e Athanassia Archondoyorghi, proprietari di un negozio in cui producono e vendono cappelli.
Efstratios vive qui fino a dodici anni, frequentando il Conservatoire National d’Athènes, dove studia fisarmonica e pianoforte, e la British Boys’ School, scuola di lingua inglese. A dodici anni suona già in giovani formazioni musicali.

Musicalmente e culturalmente il piccolo Efstratios si forgia quindi in un ambiente mediterraneo nel quale le grandi influenze sono la tradizione greco-bizantina della famiglia e della comunità greca, la musica tradizionale araba e la produzione musicale radiofonica e discografica di origine anglosassone che in quegli anni vede nascere il primo rock’n’roll.

Negli anni ’50 l’Egitto si autoproclama Repubblica e gli inglesi vengono cacciati. In seguito a tali turbolenze, nel 1957 il giovane Efstratios viene mandato a studiare nel collegio cattolico di Terrasanta a Nicosia, sull’isola di Cipro, dove impara l’italiano.
Dopo un paio d’anni Efstratios viene raggiunto a Nicosia dalla famiglia che, in seguito alla nazionalizzazione delle imprese attuata in Egitto dal Presidente Nasser, ha perso ogni avere.
A diciassette anni Efstratios termina il suo corso di studi è il ’62 quado decide di trasferirsi a Milano dove può iscriversi all’università.

da http://lavocestratos.blogspot.com/search/label/storia%20e%20biografia